Graziano Lucito parla dell’oreficeria tradizionale arbëreshë, ancora in uso a Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo.

Gioielli di Piana degli albanesi

Ogni dettaglio che abbia a che fare con l’abbigliamento non fa altro che tramandare parte della cultura, dei costumi, delle tradizioni di un intero popolo, ovvero quel suo “modo di essere” in grado di ricordarci, oggi, come era quel popolo ieri, e magari anche l’altro ieri.

Nel caso dell’oreficeria di Piana degli Albanesi, ciascun oggetto – tutti di matrice artigianale – non fa altro che rammentarci la storia di una comunità che nel XV secolo fu costretta a lasciare il suolo natìo per trovare salvezza dall’invasione turca al di qua dell’Adriatico, ovvero nella penisola italiana.
Parte di questa comunità, soprattutto quella al seguito delle milizie che prestavano le loro braccia e le loro armi alla difesa del territorio italiano contro lo stesso invasore, sbarcò in Sicilia, ma fu costretta ad allontanarsi dalle coste per cercare ripari più sicuri.
Così, nelle campagne palermitane, si formarono veri e propri villaggi – poi paesi e oggi cittadine – i cui abitanti sono riusciti a proteggere le loro origini, ormai lontane, custodendo con estrema attenzione piccoli dettagli come la lingua o l’artigianato.

Ed ecco tra i gioielli che ci parlano ancora in arbëreshë, oltre ai vestiti tradizionali, alle icone e alla gastronomia, gli splendidi monili che ornano il volto e il décolleté delle donne di Piana.
Cinque secoli, però, sono lunghi ed è normale che ogni nuova dominazione che ha messo radici sull’Isola abbia avuto le sue ricadute anche sull’artigianato tradizionale di una comunità, accrescendo, ora con un dettaglio ora con i dettami di una nuova moda, il modo di intendere i gioielli, facendoli diventare sempre più ricchi e, a dir la verità, sempre più belli.

In effetti, i gioielli di cui parliamo adesso non hanno molto a che vedere con quelli tradizionali arbëreshë, visto che in origine i monili erano accessibili solo per le famiglie più che benestanti, e la penisola slava del Quattrocento non ne contava poi più di quante se ne trovassero in Sicilia.

Ma fu proprio questa nuova residenza a far conoscere agli albanesi l’arte orafa palermitana, che si era già avvalsa della tradizione francese e che ben presto si sarebbe arricchita di riflessi spagnoli. Il gusto bizantino delle origini, poi, è servito come collante, materia base su cui incastonare, è il caso di dirlo, i suggerimenti francesi e spagnoli che tra il Seicento e l’Ottocento hanno dettato legge in fatto di moda nell’isola mediterranea.

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Per saperne di più, abbiamo chiesto lumi a chi della tradizione orafa di Piana degli Albanesi ne ha fatto una questione di famiglia. Sì, perché i Lucito sono “la” gioielleria della cittadina da almeno mezzo secolo, tramandando quest’arte di padre in figlio.

Graziano Lucito, lei ha ereditato questa passione da suo padre, Sergio.
Sì, posso dire di essere nato tra gli strumenti che mio padre usava per fondere la ricchezza delle pietre preziose con l’armonia di forme che il suo estro artistico gli suggeriva, ma senza mai tradire quelli che sono diventati gli stilemi di questa arte, ovvero le forme di derivazione francese e spagnola, nonché lo stile di certi gioielli che risplendono fin dal passato di Federico II per giungere a quelli con la firma elegante dei Florio.

Anche perché Palermo ha avuto un ruolo importante in questa arte.
In effetti, nel 16° e 17° secolo a Piana non esisteva questo tipo di attività, per cui i gioielli più antichi portano il segno inconfondibile dei punzoni palermitani, l’aquila in volo alto. La gioielleria autenticamente tradizionale, quella delle comunità arbëreshë che hanno lasciato la madre patria, era una gioielleria piuttosto povera, e spesso questi oggetti sono stati sostituiti da altri in oro bianco, secondo la moda dell’epoca in uso nella penisola. Poi le influenze tra il Seicento e l’Ottocento hanno dato vita alla nostra oreficeria, intendendo con ‘nostra’ quella di Piana, così strettamente legata ai vestiti tradizionali che, proprio a cavallo di quei secoli, si andavano componendo.

Eccezion fatta per il brezi, la cintura.
Il brezi, ovvero la cintura che viene regalata alle spose e da queste indossata sull’abito nuziale, non ha un’origine certa. Ci sono studiosi che suggeriscono una provenienza turca, vista la somiglianza con una cintura esposta in un museo della Turchia, ma certezze non ce n’è. Quello che è sicuro è che ancora oggi la ragazza che si sposa riceverà come dono un brezi raffigurante il santo della chiesa cui appartiene, che si tratti della Madonna Odigitria, o San Vito, o San Giorgi. A Piana, per fortuna, abbiamo tante bellissime chiese!

Torniamo ai gioielli che si indossano con l’abito tradizionale.
Fondamentalmente sono quattro. C’è l’anello di fidanzamento, il domanti, che è un anello a toppa con diamanti taglio rosa; poi ci sono gli orecchini, i pindajet, pendenti a cinque peduncoli che riprendono le forme del crocifisso, il terzo pezzo. Quest’ultimo in genere è composto da quattro pezzi realizzati separatamente e poi assemblati e pende nel kriqia e kurçetës, il battipetto. Infine c’è il rrusari, il rosario, una collana in granato che termina o con un cuore o con un medaglione, una pittura in miniatura inserita in un gioco di filigrana. Ovviamente parliamo di gioielli che vengono realizzati con smalti, smeraldi, granati, perline, gioielli davvero particolari, che quasi sempre si tramandano di madre in figlia, anche se il mercato di questi monili non è affatto riservato solo alle donne di Piana, a eccezione del brezi, s’intende.

Tanta ricchezza presuppone anche una lavorazione particolare.
A volerlo realizzare interamente a mano, per un battipetto occorrerebbero almeno 20 giorni, tempi che il mercato moderno non ammette. Noi utilizziamo la tecnica della microfusione, una sorta di compromesso tra l’antica arte orafa e le moderne tecnologie.

Ovvero?
Si realizza il modello lavorando a mano l’argento o l’ottone. Da questo si ottiene lo stampo in negativo e poi si procede con la tecnica detta della cera persa: lo stampo in negativo viene riempito di cera e questa viene poi inclusa in una forma di gesso. Il tutto viene messo in forno, a una temperatura di 800°C. La cera si scioglie e il vuoto rimasto viene riempito con l’oro. Da qui le strutture portanti dei gioielli, poi rifiniti a bulino e con l’incastonatura delle pietre, due operazioni che si fanno assolutamente a mano.

Un compromesso accettabile.
Lo è ancor di più se si pensa che con questo procedimento possiamo realizzare copie di gioielli storici, i cui originali si trovano nei musei di mezza Sicilia, dal Pepoli di Trapani a quello di Sciacca, passando per tutti quei musei che hanno il pregio di custodire queste piccole opere d’arte dell’antichità.

Opere d’arte che oggi sono conosciute in tutto il mondo.
Senza voler sembrare poco modesto, la nostra oreficeria – oltre a esportare lo stile di Piana degli Albanesi in tutta Italia – viene invitata a esporre nelle mostre di tutto il mondo, dagli Stati Uniti fino in Oriente. Gli Emirati Arabi, tanto per fare un esempio, nutrono una vera grande passione per la nostra oreficeria, forse perché lo stile bizantino sposa molto bene quello indiano, a loro molto vicino. Questi riconoscimenti, ovviamente, non fanno altro che nutrire la mia grande passione per l’attività di famiglia.

Non saremo cittadini degli Emirati Arabi, né profondi conoscitori della storia della gioielleria francese e spagnola, ma sappiamo benissimo quanto ci hanno affascinato gli oggetti esposti tra velluti e vetrine. Più che affascinati, potremmo dire conquistati, e visto che Natale è vicino, non possiamo non consigliare a quanti vogliono fare un regalo prezioso di fare una passeggiata a Piana degli Albanesi.

Autore

Redazione Sikania