Ekklesiasterion di Morgantina

Nella Sicilia di 14.000 anni fa, in quel di Acquedolci, già  cacciavano i Cro-Magnon. Ed è da questo luogo che ha inizio questo brevissimo tour delle zone archeologiche siciliane più affascinanti.

All’inizio fu…

L’inizio, a quanto pare, fu ad Acquedolci (CT), dove si visita la Grotta di San Teodoro, il nostro “principio”, il luogo in cui sono state scoperte ossa umane risalenti al Paleolitico superiore (ossa di una donna, per essere precisi) e anche importantissimi resti animali, testimoni di una fauna difficile da immaginare in Sicilia, come iene ed elefanti.
Un altro “inizio” lo si può immaginare a Filicudi, laddove si visita il villaggio di Capo Graziano che dà il nome a una civiltà che intratteneva rapporti commerciali con Micene. Ricco di reperti il museo di Filicudi, “succursale” del più importante Museo Archeologico Luigi Bernabò Brea di Lipari, chiamato a raccogliere le incredibili testimonianze delle civiltà che abitarono le Eolie: a Lipari si trovano aree abitate anche dai Fenici, dai Greci e dai Romani (anche se il Tholos di Lipari ancora non si sa esattamente cosa sia e a chi appartenesse).
Fondamentale per la storia dell’Isola l’inizio che si traccia a Naxos (Giardini Naxos, ME), dove nel 735 a.C. sbarcò Teokles per edificare la prima colonia greca di Sicilia, una città che ancora oggi si visita precorrendone strade e piazze.

Le città orientali

Coeva della vicinissima Naxos, Taormina vanta la stessa paternità: Teokles. L’anno è sempre quel 735 a.C., ma Taormina può vantare una vita più lunga e, per fortuna, qualche saccheggio in meno, visto che ci permette di usufruire ancora del suo magnifico Teatro Greco, che sia romano o greco poco importa.
Restando nella provincia messinese, ma cambiando la costa jonica con quella tirrenica, ecco che incontriamo l’ultima delle colonie greche, Tyndaris.
Costruita nel 396 a.C. su un magnifico promontorio, Tindari ancora oggi ci stupisce con la bellezza del disegno urbano, con la ricchezza delle abitazioni e del teatro, con l’unicità dei suoi panorami, ma, soprattutto, con l’incredibile varietà dei suoi mosaici pavimentali. Fu un terremoto a provocarne l’abbandono nell’836, quando i suoi abitanti e i nuovi “signori” arabi, furono costretti a trasferirsi nell’entroterra, in quel di Patti. Qui nel 1973 gli scavi per l’autostrada Messina-Palermo hanno riportato alla luce una villa romana datata tra il III e il IV secolo d.C. i cui mosaici e dettagli architettonici meritano senz’altro una visita. La villa è stata dotata anche di un antiquarium che ne custodisce i reperti, dai pettini agli aghi da cucito, dalle monete agli unguentari.

Ancora da scoprire

Tra le meno conosciute nel panorama siciliano, eppure tra le più affascinati, due città di cui resta molto ancora da scoprire, due mondi forse vicini per geografia ma non così per usi e provenienza.
Parliamo di Halaesa, fondata nel V secolo a.C., divenuta con il tempo la città che oggi conosciamo come Tusa: anche se parte delle sue antiche vestigia sono già venute alla luce, come la bella agorà, sappiamo che c’è ancora più del 50% dell’abitato originario che attende di essere sottratto alla polvere dei secoli.
Affascinante tanto quanto, e forse più, la storia di Abacena – una città? una civiltà che abitava in villaggi sparsi per i nostri Nebrodi?- di cui testimonia la necropoli monumentale di Tripi. Decine e decine di tombe, ciascuna contraddistinta da un particolare, fosse anche solo il nome del defunto, ma la maggior parte indicate dagli epitymbia, stele imperniate con piombo fuso alla base del monumento funebre, un dettaglio che farebbe pensare ad antichi collegamenti con popolazioni ben più antiche. I reperti qui ritrovati, per la loro unicità sono allo studio degli scienziati: terminate le analisi, avranno il loro antiquarium.

A spasso per il centro storico

È davvero incredibile quello che si scopre andando in giro per il centro storico di Catania!
Iniziamo con la centralissima piazza Stesicoro, dove affonda il grandioso anfiteatro romano costruito attorno al II secolo d.C., secondo per dimensioni solo al Colosseo romano. Nelle vicinanze, in via Sant’Euplio i resti medievali dell’omonima chiesa e l’ipogeo romano. In piazza San Francesco, il Teatro Romano, realizzato in pietra lavica attorno al II secolo d.C., e l’Odeon, adiacente al teatro, ovvero la scena più piccola (il primo poteva contenete 7000 spettatori, questo solo 1300) edificato nel III secolo e destinato a ospitare prove e concorsi. Nei pressi, le Terme della Rotonda, edificio termale di forma circolare edificato tra I e il II secolo. Altre terme sono quelle dell’Indirizzo, risalenti al II secolo, ancora in buono stato di conservazione, e quelle Achilliane, al di sotto del Duomo, edificate tra il I e il III secolo ma rimaste in funzione certamente fino al 434. Terme romane e acropoli ancora in piazza Dante, luogo frequentato fin dalla preistoria (i resti più significativi sono però del VII secolo a.C.).

Preistoria e ceramiche

Restiamo nella provincia catanese e visitiamo Caltagirone, la città della ceramica. Una ceramica molto particolare è quella che si rintraccia nei pressi di Sant’Ippolito, dove gli scavi dell’archeologo Paolo Orsi hanno riportato alla luce oggetti risalenti al 2000 a.C., anche se gli studi confermano che tutta questa zona, città compresa, è abitata senza soluzione di continuità da sette millenni! Nel territorio comunale, infatti, si trovano venti siti preistorici, quattro città greche arcaiche, un castello di età ellenistica, almeno tre grandi fattorie di epoca romana e tre villaggi bizantini.
Numeri che si riferiscono solo a quanto già scoperto, come la necropoli della montagna, lungo la scorrimento veloce tra gli svincoli Nord e Sud per Caltagirone: oltre 2000 tombe a grotticella datate tra il XIX e il IX secolo a.C. la cui maggior parte rivela influenze micenee. Ancora, nei pressi dello svincolo Sud, lungo la strada che conduce a Raddusa, si incontra il monte detto Altrobrando, sul quale sono state rinvenute una tomba preistorica con l’ingresso ornato da motivi a triglifi e altre tombe a grotticella. Più a Est, un villaggio di età Castellucciana (XIX-XV secolo a.C.), dal quale provengono i frammenti ceramici decorati a fasce nere su fondo camoscio, reperti custoditi nei musei archeologici di Siracusa, Agrigento e Palermo.

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L’avversaria di Cartagine

Furono le scaramucce tra Cartagine e Siracusa che diedero l’avvio alla Prima Guerra Punica (264-245 a.C.), una guerra che – possiamo ben dirlo – ha fatto la storia della Sicilia. Teatro dei combattimenti fu anche l’area di Siracusa, città Patrimonio dell’Umanità per le sue antiche vestigia. Abitata fin dal neolitico nella zona di Ortigia, Siracusa venne fondata nell’VIII secolo a.C., quando un gruppo di coloni espulsero i Siculi che vi risiedevano per edificare quella che oggi conosciamo come Neapolis. Da visitare il Teatro Greco, il più grande di Sicilia e fra i più grandi del mondo, edificato nel V secolo a.C. e ancora oggi utilizzato per le rappresentazioni classiche dell’Inda. Poi c’è l’anfiteatro romano, del I secolo d.C., tra le più imponenti costruzioni dell’età romana imperiale. Importanti i resti del tempio di Giove Olimpico, costruito nel IV secolo a.C. e quindi tra i più antichi tra quelli rimasti. Curiose le latomie, cave di pietra utilizzate nel periodo greco (c’è quella detta Orecchio di Dioniso, con particolari doti acustiche), e spettacolare il castello Eurialo, fortezza inespugnabile edificata tra il 402 e il 397 a.C. Imperdibile il Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi.

Akrai

Eccoci a Palazzolo Acreide, abitata ben prima che i Corinzi, lasciata una Siracusa di appena 70 anni di vita, venissero su questi pendii per fondarvi Akrai, dove i Siculi vi avevano costruito un proprio villaggio attorno al XII secolo a.C., come testimonia la necropoli della Pinita al di là della provinciale 90.
Akrai giunse a battere moneta tra il 210 e il 125 a.C.: hanno suscitato molto interesse tra gli scienziati gli esemplari più recenti, quelli con la raffigurazione di Cibele, dea madre già oggetto di culto come attestato dai Santoni, dodici grandi sculture rupestri – di cui 10 raffigurano la dea Cibele (gli altri due rappresentano personaggi non identificati) – risalenti tra il IV e il III secolo a.C. e ritrovate alle pendici della collina su cui sorge l’area archeologica. Qui, le latomie dell’Intagliata e dell’Intagliatella, cave di pietra dove ammirare il bassorilievo raffigurante le scene di banchetti e di defunti eroizzati, molto probabilmente del I secolo d.C.; il teatro greco (ancora usato per le rappresentazioni classiche in occasione del Festival Internazionale del Teatro Classico dei Giovani organizzato con l’INDA), l’ombra della pavimentazione del tempio dedicato ad Afrodite e il bouleuterion sono tappe imprescindibili.

Un mistero d’ingegneria

Pantalica, che chissà come si chiamava prima che l’epoca bizantina la ribattezzasse, sembra nascere nel 1270 a.C. – siamo nell’Età del Bronzo – periodo in cui datano le necropoli Nord e Nord-Ovest, 2100 tombe mirabilmente scavate nella roccia dura delle alte pareti a strapiombo tra il torrente Sperone e il fiume Calcinara. Come hanno fatto questi antichi abitanti a lavorare appesi a tali altezze? E, soprattutto, quali attrezzi hanno mai potuto utilizzare per bucare la solida roccia di questi balzi? Domande che trovano eco anche quando si giunge a parlare dell’Anaktoron, “la casa del Principe”, le cui misure perfette, uniformi e regolari non possono sposarsi con l’Età del Bronzo di questa isola: come suggerisce Paolo Orsi, sarebbe ipotizzabile che qui lavorarono esperti micenei.
Tra il X e il IX secolo a.C. Pantalica scompare per ritornare nell’VIII secolo a.C., quando si aprono nuove necropoli: Filiporto, Cavetta e Necropoli Sud, tutte addossate alla parete settentrionale dell’Anapo. Nonostante siano trascorsi 200 anni dalle ultime opere dell’Età del Bronzo, tutte le domande sul “come” restano ancora valide.
Il sito, all’interno della Riserva Naturale del fiume Anapo, è Patrimonio dell’Umanità.

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Si vince e si perde

Durissime le battaglie che il nostro patrimonio archeologico ha dovuto sostenere contro l’incuria e l’abbandono. Battaglie che a volte si vincono, ma a volte si perdono. Come in quel di Megara Iblea, nella provincia di Siracusa, città edificata nell’VIII secolo a.C. (data che la pone tra le più antiche città siceliote) le cui rovine sono lasciate all’incuria e alla custodia della natura: le sue antiche pietre, seppur paragonabili a quelle di una Pompei siciliana, purtroppo sono ricoperte da erbacce, mentre le statue e i preziosi reperti che questa terra ha restituito sono (per fortuna) all’interno del Museo Archeologico di Siracusa. Curioso il fatto che già nell’antichità i megaresi avevano abbandonato il sito per trasferirsi a Selinunte.
Ben altra è la storia della Villa del Tellaro, datata IV secolo d.C., paragonabile per la bellezza dei suoi mosaici solo a quella di Piazza Armerina. Coperta da una costruzione rurale ottocentesca, è riuscita a salvare parte delle sue pavimentazioni, nonostante i crolli delle coperture. I mosaici, restaurati di recente, sono superbi: tra questi, il Riscatto del cadavere di Ettore è il più emozionante. L’unico problema da risolvere resta la viabilità: la villa si trova a tre chilometri da Noto (l’antica, famosa, ricca città di Eloro), ma non è semplice seguire le indicazioni.

Kamarina

Tucidide (Atene, 460 a.C. – 400 a.C), lo storico che ci ha lasciato una documentazione completa di ciò che fu prima del V secolo a.C., ci racconta che Camarina fu fondata nel 598 a.C. dalla potente Siracusa, madre patria contro la quale osò ribellarsi tra il 553 e il 552 a.C. al prezzo della sua stessa esistenza. Ippocrate, signore di Gela, la ricostruì nel 492 a.C., ma i Cartaginesi la distrussero nel 405 a.C; Timoleonte la riedificò nel 339 a.C., nel 275 a.C. venne conquistata dai Mamertini e nel 258 a.C. definitivamente distrutta dai Romani.
Una vita breve ma intensa, dunque, quella dell’abitato ragusano, di cui ci restano poche, ma affascinati, tracce del Tempio di Atena, i segni dell’agorà e della cosiddetta Casa dell’altare. Ancora, la Casa dell’iscrizione e la Casa del mercante, dove sono stati rinvenuti pesi e uno strumento per misure in bronzo.
Molto interessante il Museo regionale, all’interno di una costruzione rurale ottocentesca, che ingloba in uno dei suoi ambienti proprio ciò che resta del Tempio di Atena. Qui, oltre a reperti di archeologia subacquea, si custodisce la documentazione sulle caratteristiche geologiche del territorio e dei suoi insediamenti, tra cui la documentazione del primo abitato di Kamarina, e alcune preziose statutette di Demetra e Kore, conosciute anche come Cerere e Persefone.

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Così volle l’oracolo

Sempre Tucidide ci racconta delle origini di Gela (nella provincia di Caltanissetta), edificata tra il 689 e il 688 a.C. su consiglio dell’oracolo di Delfo da coloni di Rodi e di Creta. Il sito, però, risulta abitato fin dalla fine del III millennio (siamo nell’Età del Rame), così come testimoniato dalle tracce di capanne a pianta circolare che si trovano nell’antica acropoli nella zona detta Molino a Vento.
Della sua lunga storia ci restano un tratto della cinta muraria timoleontea in quel di Capo Soprano, al cui esterno si allarga il quartiere ellenistico e nei pressi del quale sorgono i resti di uno stabilimento termale databile alla fine del IV secolo a.C., cosa che lo rende tra i più antichi presenti in Italia. L’acropoli ci restituisce i resti di due templi eretti in onore di Atena, un tesoro prezioso ma non paragonabile a quanto riemerso dal Bosco Littorio, ai piedi dell’acropoli: qui si estende il probabile emporium, insediamento con edifici in mattoni crudi, probabilmente in uso tra il VII e il V secolo. Importantissima la nave greca ritrovata proprio nel mare antistante. Da non mancare il ricchissimo Museo Archeologico che custodisce anche reperti delle necropoli limitrofe.

La villa più famosa

Basta dire ragazze in bikini e tutto il mondo sa già di cosa si sta parlando: la Villa Romana del Casale di Piazza Armerina (EN).
Costruita tra la fine del III e l’inizio del IV secolo d.C., è appartenuta forse a un console romano, mentre le voci che sia appartenuta all’imperatore Valerio Massimiano trovano sempre meno credito. Di chiunque sia stata, non cambia il fatto che si tratta di una delle testimonianze più imponenti della bellezza, della classe, della magnificenza dell’architettura antica, con la superba zona residenziale – resa unica dall’incredibile bellezza dei mosaici pavimentali – il cui peristilio la unisce alla zona di rappresentanza completa di triclinio e di terme. Benché la parte architettonica abbia una sua ineludibile importanza, ciò che ammalia della villa sono i mosaici, opera di maestranze nordafricane che sono riusciti a resistere non solo alle intemperie, alle infiltrazioni e al tempo, ma finanche (e qui con qualche difficoltà) ai disastri causati dall’uomo. Che dire? Che le figure piccanti ci sorprendono ancor oggi, molto più di quanto facciano le ragazze in costumi succinti? Magari potremmo spostare l’attenzione sul mosaico della Grande caccia, un capolavoro che lascia senza parole.

Siculi e Sicani

Furono i Siculi della tribù dei Morgeti a fondare nel I millennio a.C. la città di Morgantina (nei pressi di Aidone, nella provincia di Enna), conquistata dai Greci attorno al 560 a.C., ri-conquistata e distrutta da Ducezio nel 459, poi risorta e prosperata nel III secolo a.C. Purtroppo commise l’errore di schierarsi al fianco di Cartagine nel corso della Seconda Guerra Punica, cosa che le costò la perdita di tutti i suoi poteri. Nel I secolo fu condannata alla distruzione definitiva per aver dato asilo agli schiavi ribelli provenienti da Pompei. Della sua ricchezza resta l’immenso patrimonio custodito nel museo di Aidone, anche se parte dei suoi tesori sono stati trafugati. Tra questi, la bella Venere di Morgantina che il Paul Getty Museum di Malibù è stato costretto a restituire.
I Siculi, invece, li ritroviamo come genitori di Centuripe, fondata circa 4000 anni fa. Del suo passato ci restano vestigia romane come il Tempio degli Augustali, la Dogana, una strada lastricata e un bel ninfeo e tanti reperti che si ammirano nel Museo Civico.

La valle degli dei

Fondata nel 580 a.C. dagli ecisti greci Aristineo e Pistillo tra la Grecia e la “lontana” Selinunte, Akragas, oggi Agrigento, divenne in breve tempo una delle città più belle e importanti dell’intera Magna Grecia. I suoi abitanti, colti, eleganti e ricchi, la dotarono di ogni meraviglia e, tra queste, resta l’imponenza della Valle dei Templi, i cui edifici sacri si allineano disegnando un panorama capace di estraniare dal tempo e dal luogo.
È vero che del Tempio di Vulcano restano solo due colonne, anche se realizzato alla fine del V secolo a.C., e di quello dedicato ai Dioscuri – Castore e Polluce – ne restano solo 4, un “angolo” che oggi è simbolo dell’intera città. Ma ci sono anche il Tempio di Ercole, il più antico (è del VI secolo a.C.), il Tempio della Concordia, del V secolo, la cui raffinatezza quasi non ha pari; e il Tempio di Giunone Lacinia. C’è il piccolo Tempio di Esculapio, sempre del V secolo, ma edificato fuori le mura, a valle del Tempio della Concordia, e c’è la tomba di Terone, del III secolo. Da visitare, oltre al Museo archeologico, anche il quartiere ellenistico-romano di poggio San Nicola (V-IV secolo a.C.), con l’ekklesiasterion e l’oratorio di Falaride.

Tre per tre

Tre città per raccontare tre storie diverse seppure nello stesso territorio provinciale.
Iniziando dall’antica Eraclea Minoa, che leggenda vuole essere stata costruita da Minosse, abitata fin dal III millennio a.C. La città pietrificata di oggi è quella ellenistica distrutta nel 70 a.C.
Tra il VI e il V secolo data Adranon, la città identificata da Diodoro Siculo – nei pressi dell’odierna Sambuca di Sicilia – certamente colonia selinuntina, di cui restano, oltre che la città, un interessante santuario (completo di sacro recinto e persino di un altare rotondo, interrato per precauzione) e una ricca necropoli.
La più giovane è Finziade, che piano piano torna alla luce in quel di Licata. Costruita nel 282 a.C. dal tiranno agrigentino Finzia (quasi certamente dove i Fenici avevano un villaggio già nel XII secolo a.C.) pare non aver subito la furia di nemici, ma solo l’inesorabile oblio del tempo. Dal 1985 la terra licatese sta restituendo case e isolati di un quartiere residenziale, oltre il disegno ordinatissimo di plateiai e stenopoi (strade principali e perpendicolari) da seguire come un filo d’Arianna per scoprire cos’altro si nasconde sotto terra.

Arte neolitica

Abitate fin dal 10.000 a.C., le isole Egadi sono state la tavolozza su cui gli uomini del Neolitico hanno lasciato impresse le proprie emozioni.
A Favignana ci sono le grotte delle Uccerie e del Pozzo in cui si attestano queste antiche presenze per le iscrizioni fenicio-puniche, mentre in località Calazza sono stati trovati due scheletri di età tardo-ellenistica. Tracce di una necropoli fenicia (dell’VIII secolo a.C.), poi, sono state rinvenute in zona San Nicola.
Se Marettimo è da visitare per l’abitazione romana del I secolo d.C. (in zona Piano Case), oltre che per la meravigliosa vegetazione naturale, a Levanzo bisogna giungere preparati, giacché la Grotta del Genovese ci riserva una sorpresa immensa: all’interno, l’antro più nascosto – ampio almeno 8 metri – è interamente ricoperto di graffiti e pitture rupestri. I graffiti, nella parte più bassa, risalgono al Paleolitico superiore e raffigurano soprattutto animali (equini per lo più). Più in alto, le pitture della fine del Neolitico, con corpi umani filiformi – in nero – e le prime rappresentazioni di pesci (tonni e delfini) presenti in tutta Europa.

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Atlantide di Sicilia

Nell’VIII secolo a.C. i Fenici sbarcarono su un’isoletta collegata alla terraferma da uno stretto istmo, circondata per il resto da una laguna racchiusa da altre isole che la proteggevano dal mare aperto. Su quest’isoletta costruirono una città, che divenne ben presto molto importante, visto che qui si riunirono i Fenici che cercavano riparo dall’avanzata greca. L’isola si trasformò in una città, bella e ricca di scambi commerciali, tanto da far gola ai Siracusani che l’assediarono e la distrussero. I suoi abitanti – siamo nel IV secolo a.C. – si trasferirono sull’isola madre, la Sicilia, dove fondarono la città di Lilibeo. L’isola di cui abbiamo parlato non è Atlantide ma Mozia, sulla quale alla fine dell’800 il nobile Joseph Whitaker scoprì la città dimenticata, oggi interamente visitabile insieme con il bel museo.
La città di Lilibeo altro non è che Marsala dove si “deve” visitare il Museo Archeologico Baglio Anselmi, all’interno del quale è custodita la nave punica del III secolo a.C., unica al mondo. Molto interessante anche la villa romana (del III secolo anch’essa) e l’antro della Sibilla Lilibetana, sotto la Chiesa di San Giovanni Battista nei pressi di Capo Boeo.

Tra Cartagine e Lilibeo

Gli antichi geografi segnavano come tappa necessaria lungo la rotta Cartagine-Lilibeo lo scalo di Cossyra, città di origine punica fondata su un’isoletta in mezzo al mare.
Cossyra è l’abitato di Pantelleria, isola di lava scura in cui la presenza dell’Uomo si registra fin dal V millennio a.C. senza alcuna soluzione di continuità, anche se i primi residenti “stabili” si rintracciano solo nel II millennio.
A questa data si fa risalire il villaggio di Mursia, lungo la costa Nord-occidentale, abitato da una popolazione che, oltre a costruire mura di fortificazione e capanne a pianta circolare, ha tumulato i propri morti in monumenti funerari chiamati “sesi”, costruzioni megalitiche troppo simili ai nuraghi sardi da non far sospettare un qualche collegamento.
Più recenti – solo del IX secolo a.C. – i resti dell’acropoli in quel di San Marco e il Tempio di Venere, questo di epoca punica.
Nella memoria recente resta la meraviglia del ritrovamento di tre ritratti di epoca romana rinvenuti all’interno di una antica cisterna per l’acqua: uno raffigura Giulio Cesare, uno l’imperatore Tito e il terzo una donna di nobile rango. Molto altro ha però in serbo quest’isola affascinate, da scoprire insieme con il suo panorama unico.

Il tesoro “danzante”

Siamo giunti a Mazara del Vallo, abitata sin dai primi cacciatori del Paleolitico superiore (14.000-12.000 a.C.) e, secondo quanto dice lo storico Diodoro Siculo, fu sia emporion fenicio, sia phrourion (fortino) greco. Mazara (toponimo fenicio?) si ritrovò a essere città di frontiera tra le due Sicilie, quella fenicia a Ovest, quella greca a est, che qui convergevano. Non fu mai abbandonata, ma venne abitata man mano che trascorrevano i secoli dalle varie genti che giunsero sull’isola.
Mazara del Vallo è conosciuta nel mondo perché sede del Museo del Satiro, casa di un bronzo di eccezionale bellezza risalente (forse) al V secolo a.C.: c’è chi sostiene, addirittura, che si tratti del celebre satiro periboetosche Plinio ci dice essere opera del famoso Prassitele. È vero, però, che un vaso attico del IV secolo raffigura un satiro praticamente identico a questo in bronzo, alto 2,50 mt, perfetto nel suo movimento elegante, la cui vista da sola vale l’intero viaggio in Sicilia.

Pietra su pietra

Man mano che si scava, di Segestasi scopre l’abitato sempre più antico, fino a raggiungere le pietre elime, che ci narrano del vero periodo d’oro della città. È pur vero, però, che le testimonianze archeologiche più imponenti sono quelle dell’età greca, a cominciare dal tempio edificato sulla collina tra il 430 e il 420 a.C. In stile dorico, pur rispondendo ai canoni greci, si offre ancora con suoi particolari che lo caratterizzano, a cominciare dal fatto che non ha la cella: questa assenza ha generato molte discussioni, finendo con il dividere gli archeologi tra quanti pensano che – in mancanza anche del tetto – il tempio non sia mai stato ultimato, e quanti sostengono che essendo gli abitanti Elimi, avessero usi e costumi diversi. Il tempio, comunque, è bellissimo. Nei suoi pressi, il teatro, datato III secolo a.C., sulla vetta del monte Barbaro in modo tale che potesse offrire ai suoi 4000 spettatori lo scenario di un panorama immenso. Del teatro, ancora oggi utilizzato, si conserva la cavea, che purtroppo ha perso la gradinata più alta. Non resta molto della scena, ma la fossa dell’orchestra è ancora in perfette condizioni.

Prezzemolo megarese

Fondata da coloni di Megara Iblea nel VII secolo a.C., pare che Selinunte debba il suo nome alla presenza del prezzemolo selvatico (selinon). Una curiosità non confermata, mentre è certo che questa sia una delle aree archeologiche più grandi e più importanti presenti in Europa. C’è da visitare tutta l’acropoli, nella zona meridionale del parco, circondata da mura da un lato e a strapiombo sul mare dall’altro. Qui si trovano cinque degli otto templi presenti nell’area, tra cui quello indicato come “C”, forse dedicato ad Apollo.
La zona più antica è a nord del parco, dove si rintracciano le prime costruzioni. Poi c’è la collina orientale, con i templi “E”, “F” e “G”, tra i quali proprio quest’ultimo merita attenzione perché le sue dimensioni lo rendevano tra i più grandi del mondo allora conosciuto. A Ovest c’è il santuario dedicato alla dea del melograno, Malòphoros.
Da non mancare una visita alle Cave di Cusa, da cui furono estratti i materiali per edificare Selinunte. La particolarità del sito è accresciuta dal fatto che sembra che la cava sia stata abbandonata all’improvviso.

Città strategiche

Sebbene la provincia palermitana sia ricchissima di zone archeologiche, per questo breve excursus ne abbiamo selezionate solo tre, le più “strategiche” per la storia dell’Isola. A cominciare da Imera (nei pressi di Termini Imerese), abitata da fedeli agli dei dell’Olimpo, ma anche ai culti dei corsi d’acqua (come nella religione sicana), nonostante il linguaggio risentisse di influenze siracusane. Certo è che sorge in posizione elevata sul navigabile fiume Imera, con vista sulla costa e sulle strade che conducevano ad Akragas.
Di Solunto, sulla costa settentrionale (a 2 km. da Santa Flavia) restano le rovine del IV secolo, anche se è certo che fu fondata dai Fenici e abitata dai Cartaginesi, dai Greci e dai Romani.
Tappa importantissima infine Ietas, sul Monte Jato (tra San Giuseppe Jato e San Cipirello), abitata fin dal III millennio, presa dai Greci ai Cartaginesi nel IV secolo a.C., e poi conquistata dai Romani, dai Bizantini, dagli Arabi e dagli Svevi, che utilizzarono i suoi marmi per costruirvi case e palazzi: uno dei primi esempi di “sacco edilizio” nella storia siciliana.
I reperti più preziosi si trovano nell’antiquarium di Himera, in quello di Solunto e, soprattutto, nel ricchissimo Museo Archeologico di Palermo.

Autore

Redazione Sikania