Un grande e moderno edificio ospita il MuMe, il ricchissimo museo di Messina. Lo abbiamo visitato per vedere Antonello da Messina e Caravaggio, ma abbiamo trovato molto di più.

Il MuMe non è un semplice museo, ma un luogo dell’identità ritrovata. Qui i messinesi possono riallacciare le fila della loro storia, così brutalmente recise dal devastante terremoto del 1908, e tutti i visitatori possono “immergersi” nella narrazione di una storia lunga 27 secoli. Il Museo Intedisciplinare di Messina, questo il nome completo dell’istituzione, inauguata lo scorso giugno, è forse l’unico museo siciliano in cui viene presentata per intero la storia di una comunità, dalla sua nascita fino al secolo scorso. Qui sono raccolti reperti archeologici e dipinti straordinariamente preziosi, statue e antichi volumi, monete e paramenti sacri, tutto quello, insomma, che può rappresentare le vicende di Messina fin dalle sue origini.

Per la sua posizione, la città dello Stretto è stata sempre una delle più ricche e cosmopolite del Mediterraneo. Da qui dovevano necessariamente passare tutti coloro che intendevano recarsi in Oriente (ad esempio partì da qui la flotta che si recò a Lepanto per la battaglia contro i Turchi) e da qui passavano le merci che attraversavano il Mediterraneo. Il 28 dicembre 1908 un terremoto di spaventosa intensità, seguito da un formidabile maremoto, spazzò via il 90% della città, uccidendo praticamente l’intera popolazione. Non solo esseri umani rimasero fra le macerie, ma anche le testimonianze del lunghissimo passato e del benessere di Messina. Fin da subito, tanti volontari si misero all’opera per estrarre morti e feriti dalle rovine, ma anche per cercare di salvare il salvabile. Fu così che nacquero le “cataste”, altissime pile di opere d’arte, frammenti architettonici, reperti archeologici che vennero sistemate sotto tettoie e capannoni. I pezzi più pregiati trovarono posto nella filanda Mellighoff, un edificio costruito nell’Ottocento interamente in calcestruzzo e per questo motivo rimasto in piedi.

Fu proprio la filanda a ospitare la prima sede del museo, ma lo spazio era insufficiente a contenere ed esporre l’immenso patrimonio. Così, negli anni Ottanta si pose la prima pietra del nuovo museo che però, fra ostacoli, imprevisti, scarsezza di finanziamenti ha visto la luce solo pochi mesi fa. In compenso è un museo modernissimo e di grande interesse. Ci sono i “pezzi da novanta” – il Polittico di San Gregorio di Antonello da Messina e le due grandi tele di Caravaggio (la Resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei Pastori) – ma c’è anche molto altro. Iscrizioni medievali, la Conca di San Gandolfo del 1135 (ce n’è solo un’altra uguale, al Metropolitan di New York), mosaici medievali, uno straordinario crocifisso ligneo trecentesco, dipinti fiamminghi e rinascimentali, sculture manieriste – come il grande Nettuno scolpito dal Montorsoli, collaboratore di Michelangelo – icone seicentesche, una decoratissima carrozza del senato. Senza dimenticare la sezione archeologica, con le giare di sepoltura del XIII secolo a.C., i preziosi sarcofagi in marmo e un rostro di bronzo, ancora col legno della nave attaccato.

La filanda, dal canto suo, è parte integrante del nuovo museo: qui vengono allestite mostre di arte contemporanea, in collaborazioni con grandi istituzioni nazionali ed estere. Perché qui si ricorda la storia, ma ci si proietta anche verso il futuro.

Autore

Maria Cristina Castellucci

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