«A spusa maiulina nun si godi a cuttunina» ovvero: la sposa di maggio non si gode la trapunta. Una cuttunina che non deve intendersi soltanto nella semplice traduzione testuale, ma il cui significato si estende a tutto il corredo, in senso metaforico.

Monito simile ci giunge da un altro proverbio: «La zita agustina nun si godi a cuttunina; a zita maiulina nun si godi mostu e mancu racina» (la fidanzata di agosto non si gode la trapunta, quella di agosto non si gode il mosto e nemmeno l’uva).

Questo il nefasto messaggio di due antichi proverbi siciliani, che predicono disgrazie per le spose di maggio e d’agosto. E poiché nell’antichità i proverbi erano spesso considerati sentenze inappellabili, era molto difficile che qualcuno disobbedisse alla massima popolare, anche se non ne conosceva il motivo.
Le motivazioni del divieto affondano le loro radici nella storia, più precisamente all’epoca romana. Allora, nel calendario di maggio erano previste delle celebrazioni in onore dei morti: le “lemuria” (o “lemuralia”), dei riti in onore degli avi defunti che si protraevano per diversi giorni. Durante la ricorrenza, i templi venivano chiusi ed erano vietate le celebrazioni nuziali.

Chi disobbediva al divieto lo faceva nella convinzione che la sposa non si sarebbe goduta la cuttunina per il semplice motivo che sia a maggio che ad agosto in Sicilia fa troppo caldo per utilizzare una trapunta. I più smaliziati sostenevano che la sposa di maggio non poteva godere di mosto e uva semplicemente perché la raccolta dell’uva e la produzione di mosto avvengono mesi più tardi. Nonostante le lemuria, il mese di maggio era dedicato dai Romani alla dea Maia, una delle sette Pleiadi figlie di Atlante e Pleione, madre di Mercurio, che personificava il risveglio della natura. Anche se in quel mese le nostre antenate non si sposavano, pure potevano preparare il loro cuore a farlo.

E quelle che non erano fidanzate? A cosa avrebbero potuto prepararsi? Prima dovevano trovare uno sposo e per questo bisognava aspettare giugno, quando ricorreva la festa di un santo che, in materia di matrimonio, era considerato dal popolo veramente miracoloso: Sant’Antonio. Era a lui che le zitelle rivolgevano la seguente preghiera:

Sant’Antonio miraculusu
facitimi trruvari nu beddu carusu
né massaru né lagnusu.
Centu liri vi l’ha dari
abbasta ca mi faciti maritari.

Oggi ci si sposa in qualunque mese e nessuno crede più al malaugurio riservato alla sposa dai vecchi proverbi. Tuttavia sarebbe bene sconsigliare agli sposi il mese di agosto non per l’antica profezia ma per il caldo infernale cui, solitamente, soggiacciono gli invitati che, per partecipare al rito, sono costretti a sudare sette camicie!

Autore

Sara Favarò