Attualmente i segni dell’antica cultura ebraica in Sicilia non sono facili da rintracciare. Eppure qualcosa c’è e, in occasione del Giorno della Memoria, vale la pena andarlo a cercare.

Nel 1492, la regina spagnola Isabella finanziò il viaggio di Cristoforo Colombo, una decisione dalla impensabile quanto imprevedibile portata storica. Nessuno avrebbe potuto mai immaginare quanto quel viaggio avrebbe inciso sul futuro corso della storia. Nello stesso anno, la regina prese anche un’altra decisione che, al contrario, ebbe un effetto immediato: ordinò, infatti, che tutti gli ebrei residenti nel suo regno fossero espulsi. Nell’arco di poche settimane quella che era stata una ricca e folta comunità venne decimata, a dispetto dell’opposizione di numerosi siciliani che si rendevano conto che l’espulsione degli ebrei avrebbe comportato un grave danno per l’economia. Nonostante vi fosse nell’isola una componente antisemita, di fatto gli ebrei erano tollerati e anche apprezzati. Le loro abilità mediche, ad esempio, erano molto ricercate, e diverse attività artigianali erano loro esclusive, ad esempio la lavorazione della seta e del corallo. Così, per circa 15 secoli si riuscì a instaurare un clima di tolleranza e pacifica convivenza. Alla fine del Cinquecento, delle migliaia di ebrei che vivevano in Sicilia non era rimasto nessuno, a parte coloro che avevano accettato di convertirsi – una scelta che però comportava non solo dover rinunciare alla propria religione, ma anche al proprio nome e, in ultima analisi, alla propria identità. Così perlopiù gli ebrei andarono via. I loro beni vennero incamerati dalla Chiesa o dalla Corona, le sinagoghe destinate ad altri usi, le scuole chiuse e i libri distrutti.

Ecco perché oggi resta così poco. A Palermo, ad esempio, che ospitava la comunità più numerosa, la Giudecca con il suo intrico di vicoli e piazzette coincideva con le zone in cui successivamente vennero aperte le vie Maqueda e Roma, per cui i segni architettonici del passato sono pressoché inesistenti. In compenso restano i nomi, sicché nella zona di via Calderai si trovano tuttora la piazza Meschita e un omonimo vicolo e le targhe stradali di quell’area sono scritte anche in ebraico. Nella piazza si trova l’Archivio Comunale, la cui architettura, ideata a fine Ottocento da Giuseppe Damiani Almeyda, è ispirata a quella di una sinagoga. Quest’ultima, in Sicilia, veniva chiamata appunto “meschita”, con singolare calco dall’arabo. La contaminazione fra arabo ed ebraico, in Sicilia, diede origine a una lingua originale, testimoniata da una lapide di epoca normanna con un’iscrizione in quattro lingue: latino, arabo, greco e, appunto, giudeo-arabo, custodita nel piccolo museo allestito all’interno del castello della Zisa (Le lingue della Sicilia è un volume che approfondisce proprio il tema delle antiche lingue isolane).

A Siracusa, per fortuna, qualche anno fa nel quartiere della Giudecca è emerso un segno molto più tangible del retaggio ebraico nella nostra regione: un miqweh, ossia un bagno di purificazione rituale. Durante i lavori di ristrutturazione dell’edificio soprastante, è stata scoperta la galleria che conduce a un ambiente sotterraneo con tre vasche (per uomini, per donne e peril rabbino), alimentate da una sorgente. Secondo quanto ricostruito dagli studiosi, non soltanto si tratta di un ambiente più unico che raro, ma sarebbe anche il più antico d’Europa, databile al VI secolo d.C. (via alagona 52 tel. 0931 22255, visite da lunedì a sabato ore 11-17, domenica e festivi 10-12, ingresso 5 €, visita guidata ore 10, 11 e 12).

Autore

Redazione Sikania