I miti sono colmi di storie d’amore, più o meno fortunate, storie che spesso sono legate a fenomeni naturali o a luoghi dalla singolare bellezza. Alla prima categoria appartiene il mito di Acamante e Fillide. Quest’ultima, figlia di Teseo, l’eroe che aveva sconfitto il Minotauro, e di Fedra, giovanissima si innamorò ricambiata di Acamante, impavido guerriero. Il dovere delle armi richiamò quest’ultimo alla guerra, costringendolo a lasciare la povera Fillide che, angosciata, prese a scendere in spiaggia ogni giorno, sperando di vedere all’orizzonte le navi che le avrebbero riportato l’amato. I giorni diventarono settimane, mesi e anni finché Fillide, ormai certa che Acamante non sarebbe mai più tornato, morì di crepacuore. Giunone, divinità protettrice degli amori fedeli, trasformò la giovane in un mandorlo spoglio. Qualche tempo dopo, passato l’inverno ma non ancora giunta la primavera, Acamante finalmente tornò. Non era morto in battaglia, né aveva dimenticato Fillide: solo un gran numero di avarie lo avevano tenuto lontano. Riconoscendo l’amata fra quei rami vizzi, abbracciò il tronco piangendo disperato. E l’albero, prodigiosamente, come riconoscendo il tocco dell’amato, in quel momento si ricoprì di impalpabili, bellissimi fiori bianchi. Il miracolo della fioritura dei mandorli, ancora nel cuore dell’inverno, si rinnova in Sicilia ancora oggi, e si ammira, spettacolare, nelle nostre campagne (ad Agrigento al mandorlo in fiore è intitolata la festa più importante dell’anno, che nel 2018 è prevista per il 3 – 11 marzo).

Altrettanto commovente la storia di Aci e Galatea, un pastorello e una bellissima ninfa del mare, perdutamente innamorati. Purtroppo, il ciclope Polifemo (che viveva in una grotta sull’Etna) si invaghì di Galatea. Vistosi respinto, e scoperto che la ninfa gli preferiva un giovane mortale, decise di liberarsi del rivale e per farlo scagliò su di lui una gigantesca roccia vulcanica. Il disgraziato restò ucciso all’istante. La povera Galatea si disperò tanto da impietosire gli dei, che così trasformarono Aci in un fiume che, riversandosi in mare, sarebbe rimasto in eterno accanto alla ninfa Galatea. Il fiume in effetti esiste, sebbene scorra in buona parte sottoterra. Riaffiora, nella zona di Capo Mulini, sotto forma di sorgente dalle acque ferrose, localmente chiamata “sangue di Aci”. Un tempo, in questa zona esisteva un villaggio chiamato Aci, distrutto però da un terremoto. Gli abitanti si dispersero lungo la costa orientale, fondando numerosi altri villaggi, tutti col prefisso Aci nel nome.

Fortunatamente non tutte le storie d’amore siciliane terminano in dramma. È il caso di Mata e Grifone: Mata era una bellissima fanciulla del villaggio di Camaro, sui Peloritani, di incrollabile fede cristiana. Di lei si innamorò il giovane e impavido Hassan Ibn-Hammar, un condottiero saraceno. Il loro amore non temeva le differenze: per amore di Mata, Hassan mutò il nome in Grifone e con lei generò la valorosa stirpe che avrebbe costruito Messina. In loro onore, ancora oggi dal 12 al 14 agosto le gigantesche statue dei due progenitori sfilano per le vie della città.

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Redazione Sikania