Filippo Bentivegna, il protagonista di questa storia, al principio del Novecento è uno dei tanti siciliani che, spinti dalla miseria e dalla disperazione, furono costretti a emigrare. Bentivegna, che era di Sciacca, scelse gli Stati Uniti come destinazione, e dalla Sicilia si sobbarcò un viaggio lungo e disagevole per arrivare fin laggiù. Del tutto illetterato, per vivere si adattò a fare il manovale, ma il lavoro non durò a lungo. Un feroce litigio, secondo quel che si raccontò, gli procurò un grave trauma cranico che lo menomò, dal punto di vista psichico. Costretto a rientrare a Sciacca, perché inabile al lavoro, si ritirò in un podere di sua proprietà e qui, pur estraneo a qualsiasi forma d’arte, iniziò un incredibile percorso creativo, prendendo a scolpire – esasperatamente e ossessivamente – sculture di grandi dimensioni riproducenti un unico soggetto: la testa umana. Le scolpiva nella pietra, ma anche nel legno delle cortecce degli ulivi, disseminando per ogni dove grandi teste dai volti definiti da tratti grossolani e incerti. Spesso i volti coesistevano su una stessa pietra o corteccia, creando suggestive commistioni di tipi iconografici dalla diversa e forte espressività.

Castello Incantato di Sciacca

In paese la notizia della bizzarra attività scultorea di Filippo, presto ribattezzato “Filippu di li testi” si propagava intanto a macchia d’olio, ma a chi, incuriosito, andava a trovarlo, Filippo non dava confidenza. Definito pazzo ma considerato innocuo, dopo un po’ venne lasciato tranquillo a scolpire il suo “castello incantato”. Scavò mille grotte e cunicoli, scolpendo sulle pareti dove la pietra emergeva dal tufo, e non smise mai, per tutta la vita. Negli anni Cinquanta, un pittore svedese in vacanza a Sciacca venne a sapere di lui e, dopo avergli fatto visita, intuì le potenzialità delle sue creazioni, arrivando a organizzare una mostra, proprio a Sciacca. Un fallimento, dal punto di vista del pubblico, ma un evento che fece conoscere Bentivegna al di fuori dei ristretti confini della piccola città siciliana.

Alla sua morte, nel 1967, il podere era “invaso” da migliaia di teste che però vennero lasciate in abbandono. Molte vennero sottratte o distrutte prima che nel 1968, un collaboratore di Jean Dubuffet, teorico dell’Art Brut, si interessasse delle opere del “pazzo di Sciacca”. Visitò il giardino e ottenne dalla famiglia alcune teste da portare in a Dubuffet, oggi esposte nel Museo dell’Art Brut di Losanna, l’unico museo al mondo dedicato all’arte naif. Anche il “castello” di Filippo, per fortuna, è diventato un museo-giardino della Regione ed è visitabile (in inverno tutti i giorni ore 9 – 13 e 15 – 17.30). Le opere sono state sistemate in una sorta di percorso espositivo che si conclude nella piccola casa dove si trova l’unico ricordo del periodo trascorso in America, un affresco dai colori brillanti che raffigura i grattacieli di New York.

Autore

Redazione Sikania