Mito, paesaggi e visioni di un braccio di mare fra i più trafficati di ogni tempo, che divide e unisce le due sponde dell’Italia più meridionale

Sono acque magiche, quelle dello Stretto di Messina, da sempre popolate di miti e leggende. Qui si nascondevano Scilla e Cariddi, l’orrenda personificazione delle paure dei naviganti che s’avventuravano per mare. Qui si tramandava il ricordo del passaggio di Ercole, Enea, Ulisse e dello sfortunato Cola Pesce, che sul fondo dello Stretto vagava alla ricerca dell’anello della sua principessa. Qui la Fata Morgana accendeva tremolanti visioni di città incantate, cupole e pinnacoli perniciosi, giacché chi, da essi ammaliato, cercava di raggiungerli, finiva immancabilmente annegato.

Pochi altri luoghi possono vantare un simile fantasioso corredo di storie, anche perché ci sono pure quelle dei pescatori che battono il mare alla ricerca dei prelibati pesci spada, appollaiati in cima all’altissimo albero delle loro feluche, e quelle delle loro donne, sulla terraferma ad aspettare nelle minuscole case disseminate sulla costa.

Ma se per i miti e le leggende bisognerà contentarsi delle descrizioni dei libri, per accostarsi alla vita dei pescatori si potrà invece dedicare qualche giorno a questa zona all’estremità dello Stivale. Non ci soffermeremo solo sulla sponda sicula, però, perché anche quella calabra ha i suoi tesori. Ne citeremo uno per tutti: Scilla è quieto villaggio marinaro che, secondo l’immancabile tradizione mitologica, venne fondato da Ulisse. La sua rupe maestosa, sormontata dal castello dei Ruffo, si protende sul mare come un vascello e da qui lo sguardo può spaziare sulle coste di Chianalea, il quartiere dei pescatori, con le casette che s’affastellano sugli scogli e le barche tirate in secca nei vicoli, e Marina Grande, dalla lunga spiaggia dorata.

Non si può negare, del resto, che qui lo Stretto sia davvero stretto: approssimandosi alla costa, in un primo momento non sembra esservi alcuna soluzione di continuità fra i due litorali, quasi come se le case siciliane fossero una periferia di quelle calabresi o come se, viceversa, l’Italia si saldasse a Messina. Una distanza così breve che c’è chi l’ha superata, sposando le due coste nell’unico progetto di un Parco Letterario tra Capo Peloro, appena a nord di Messina, e Scilla. Horcynus Orca si ispira all’omonima opera di Stefano D’Arrigo, proponendo ai viaggiatori di ripercorrere con l’anima e il corpo gli spazi del poderoso romanzo fra spettacoli teatrali, escursioni con le feluche, battute di pescaturismo, pescando con i ruvidi isolani, escursioni a piedi e in kayak, passeggiate ai laghetti di Ganzirri, e bagni in questo mitico mare.

Messina è a pochi chilometri. È una città d’aspetto moderno, di basse palazzine e viali alberati in cui s’incastonano architetture liberty, vecchie chiese normanne e grandi fontane cinquecentesche (e un bellissimo museo, inaugurato da poco più di un anno). Il monumento più importante è il duomo, più volte distrutto e ricostruito dopo i terremoti e i bombardamenti che nei secoli si sono accaniti sulla città. I diversi livelli dell’adiacente campanile sono occupati da due calendari (uno astronomico, l’altro perpetuo) e dalle statue dei personaggi degli episodi salienti della vita della città. Grazie a un ingegnoso meccanismo installato nel 1933, tutte le figure si mettono in movimento ogni giorno alle 12, dando vita a uno spettacolo da non perdere.

Autore

Redazione Sikania

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