Inatteso e piccino, il Museo dell’Orologio è una chicca semisconosciuta, nel centro storico di un piccolo paese siciliano: Bisacquino

C’è un paesino nascosto fra le montagne travestite da colline nella Sicilia occidentale, all’estremo Sud della provincia di Palermo. È attraverso curve sinuose che si giunge a Bisacquino: qualcuno l’ha sentita nominare, forse, è quella cittadina in cui nacque nel 1897 il regista Frank Capra, la cittadina con la piazza magnificata dalla facciata barocca della Chiesa Madre e rinfrescata da una deliziosa fontanella a quattro bocche. In cima al corso Triona, verso il monte, c’è un bellissimo giardino dedicato al Calvario, e più su ancora c’è il santuario della Madonna del Balzo. Ma il luogo magico di Bisacquino sta più in basso, nel cuore del centro storico, al numero 76 del corso Umberto I, dove si vede una porticina coi vetri celati da scuri che hanno l’aria di non essersi schiusi da tempo immemorabile: dietro quell’uscio c’è un museo, ma non lo indovineresti se non fosse per la piccola targa di ceramica colorata attaccata al muro!

È un museo dove bisogna bussare per entrare, ma ha custodi amorevoli e, una volta dentro, vi sembrerà di essere entrati nella bottega di un mago.

Due stanzucce non troppo luminose, colme di oggetti misteriosi e affascinanti, banchetti coperti di arnesi, ingranaggi e lancette attaccati alle pareti, orologi dai quadranti grandi e piccini, strumenti dalle fogge più strane attraversati da stratagemmi ingegnosi, vecchi registri e disegni, piccole pinze e tanti ritratti a vigilare su quel tesoro, i ritratti antichi dei maghi che dal 1700 fino al 2004 a Bisacquino hanno animato, con la passione per il loro lavoro, quella botteguccia che oggi è il Museo dell’Orologio.

C’è un severo orologio regolatore, c’è un rarissimo esemplare di orologio geografico universale che mette in sincronia l’ora di Roma con i punti più lontani del Pianeta, ci sono giganteschi meccanismi da suoneria che ingombrano prepotentemente l’ambiente. Lì per più di trecento anni, gli esponenti della famiglia Scibetta hanno costruito orologi da torre che ancora oggi in tutta l’Isola scandiscono la vita quotidiana intorno alle chiese e ai palazzi in cui sono stati incastonati. L’atmosfera è accogliente e severa ad un tempo, un tempo straordinariamente diluito in uno spazio straordinariamente colmo e compresso. I quadranti esposti sono diversi, anime di secoli di moda e di mode; alcuni sono tanto grandi da farvi sentire come gli abitanti di Lilliput di fronte all’enorme “macchina rotonda” alla catena di Gulliver; c’è una piccola scrivania che sembra essere rimasta in fiduciosa attesa, ancora coperta di progetti e appunti; e su tutto l’odore della polvere che rende affascinanti quelle stanzette, un odore che vi trasporta dentro dimensioni lontane.

Dalla porticina posteriore si scorgono i tetti e ancora le colline, le stesse che il capostipite della famiglia Scibetta guardava nel 1700 mentre costruiva le armi. Poi imparò a fare gli orologi, quelli grandi, per le torri, quelli che contano il tempo di tutto un popolo; smise di costruire armi, ma forse non cambiò del tutto mestiere: omnia ferint, ultima necat (tutte feriscono, l’ultima uccide) dicevano gli antichi delle ore.

Il museo si visita gratuitamente, su richiesta, prenotando telefonicamente al numero 339 3305599.

Autore

Anna Gelsomino

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