Inaugurata l’anno scorso, la Magna Via Francigena attraversa la Sicilia da nord a sud. E conduce alla scoperta del lato più antico e nascosto dell’isola.

Il quarto giorno di pellegrinaggio lo zaino comincia a pesare meno sulle spalle – la strada sembra più piana, il corpo è pieno di energie.

– Fino a qualche mese fa la gente qui a Castronovo ragazzi come voi, con gli zaini, con i sacchi a pelo, non ne aveva visti mai. Dicevano: ma che sono, boy scout? ma chi sono ‘sti lordi? 

Castronovo di Sicilia è l’ultimo comune a sud della provincia di Palermo: alcune centinaia di case distese sul fianco della collina, attraversate da vicoli stretti e curvi, nel più profondo entroterra siciliano. Negli ultimi mesi Castronovo ha visto passare più di 600 pellegrini. Con i suoi 80 chilometri circa da Palermo, 70 da Agrigento, il paese si piazza al centro della Magna Via Francigena di Sicilia, il cammino inaugurato a la scorsa primavera che partendo dalla cattedrale di Palermo collega, prevalentemente attraverso strade bianche e trazzere, Palermo con Agrigento, il Tirreno con il Mediterraneo. 160 km, otto, nove giorni di cammino attraverso 15 comuni: Palermo, Monreale, Santa Cristina Gela, Corleone, Prizzi, Castronovo, Cammarata- S. Giovanni Gemini- Sutera, Milena, Racalmuto, Grotte, Comitini, Joppolo Giancaxio, Agrigento. Un percorso che ricalca l’antica Via Aurelia, la strada romana che collegava Agrigento a Palermo, e quell’arteria medievale che nei diplomi di epoca normanna è indicata come Magna Via Francigena, perché grande e legata ai Normanni, noti anche come cavalieri Franchi. Una via percorsa per millenni da mercanti, militari, pellegrini, che intersecava le vie di transumanza del bestiame che si dirigevano verso le Madonie. Si tratta di posti, in gran parte, sconosciuti agli stessi Siciliani. E qui sta la vera attrattiva del percorso, che ti conduce verso una Sicilia lontana dalle spiagge, dal turismo e dai cliché.

– Grotte, Milena…ma chi aveva mai sentito parlare di Grotte e di Milena? 

La sera, l’unico pub di Castronovo è abbastanza affollato. Gruppi di ragazzi alti e biondi chiedono beers and wine – sono gli archeologi che lavorano sulla collina, al sito di Kassar – uno dei più importanti insediamenti bizantini della Sicilia. Il giovane assessore allo sport e spettacolo di Castronovo indica monumenti e gruppi di persone, racconta del paese, dei santi e delle processioni, del progetto di far passare da qui quel cammino nuovo, che ha portato in paese un flusso di gente mai visto.

– La gente qui non era abituata ad accogliere turisti – ci si è dovuti reiventare, non c’erano ostelli, bed and breakfast, si è deciso di accogliere i pellegrini tramite ospitalità diffusa, in case disabitate perché magari i proprietari erano andati via dal paese, a Palermo, al Nord –

Il cammino permette in effetti di scoprire tutta una Sicilia tradizionalmente esclusa dagli itinerari tradizionali. Il mare, ce lo si lascia dietro già a Palermo: mentre si sale verso la rocca di Monreale lo si vede alzarsi all’orizzonte per poi sparire dietro l’angolo mentre si imbocca la strada per Santa Cristina Gela. E già arrivati qui sembra di essere lontanissimi dal capoluogo: una piazza principale, poche vie che le si allargano attorno, botteghe di paese dalle tende di plastica. E la lingua, diversa pure quella: a Santa Cristina è quel dialetto albanese che è il marchio tipico dei centri arbëreshë di Sicilia.

Superata Santa Cristina il paesaggio si apre: le piccole tacche di vernice rossa e bianca che segnano il cammino conducono attraverso colline e campi di grano, allevamenti di mucche e pecore, mentre la gente che si incontra si fa sempre di meno. 18, 20, 22 km ogni giorno per raggiungere la tappa successiva e un nuovo timbro sulla credenziale; mentre i timbri aumentano e chilometri si accumulano alle spalle sfilano davanti agli occhi alcune delle perle meno note della Sicilia: la riserva di Monte Calcara, il sito archeologico di Calathansuderj, la rocca di San Paolino. Abbeveratoi ricoperti di muschio si incontrano regolarmente; qui si può rabboccare le borracce con acqua gelida e riposare piedi e spalle approfittando della frescura. Tutto in un’atmosfera generale di silenzio, orizzonti lontani, solitudine.

Il dialetto si stringe mentre ci si addentra nell’entroterra facendo su e giù tra colline, boschi e laghi artificiali. Con dislivelli talvolta importanti: impegnativi i 400 metri di salita per raggiungere la rocca di Prizzi (– qui da noi lo sapete come si chiamano queste? Acchianate torcicura – sono talmente ripide che i muli nel salire attorcigliavano la coda per la fatica).

Per chi non vuole pagare la tariffa, comunque bassa, degli alloggi diffusi previsti per i pellegrini si può provare – in cambio di un’offerta – a chiedere di dormire in parrocchia, o in oratorio – alcuni mettono a disposizione materassi sul pavimento, docce, cucina, altri stanze nude. Può essere un’occasione per conoscere le storie della gente del posto: quella di Giuseppe, che ha 23 anni e la mattina si alza alle quattro per andare con suo padre a mungere a mano le sue 77 vacche. E quella di Padre Luca, parroco di Corleone, che dopo molti anni in nord Italia è tornato nel suo paese natale dove predica dal pulpito della sua chiesa contro la mafia e la superstizione. Alcuni allevatori lungo il percorso offrono ai pellegrini il latte delle loro mucche, ancora caldo, nutriente e schiumoso come birra appena spillata.

Camminare sulle creste di queste colline significa anche fare un viaggio attraverso 3000 anni di storia della Sicilia; si passa dalle cattedrali normanne di Palermo e Monreale alla Rocca di San Vitale con i suoi ruderi medievali, al quartiere arabo di Sutera, alle miniere zolfo ottocentesche di Comitini. Per poi tagliare il corso del fiume Platani – l’antico Halykos, il fiume che segnava la frontiera orientale della Sikania, la terra abitata dai Sicani. Genti misteriose, forse autoctone: il popolo del mitico re Kokalos, che da qualche parte, in queste terre, dovette avere uno splendido palazzo, arroccato su una rupe inespugnabile.

Le tracce degli antichi popoli, oggi, si possono ancora intravedere, a sprazzi, camminando in queste campagne. Ci sono frammenti di cocci in terracotta impastati al terreno, necropoli nascoste tra gli olivi; la presenza dei Sicani si fa palpabile attorno alle grotte di Capelvenere, tra Castronovo e Cammarata: sono aperture nella roccia scavate dai Sicani per farne delle tombe, e riutilizzate, più avanti, come abitazioni. Nella grotta più grande, dove stillano gocce d’acqua dal soffitto, cresce il capelvenere, la felce delicata delle grotte. Qui la temperatura, anche in piena estate, si mantiene sempre fresca.

Cammarata, Sutera, Racalmuto, Joppolo Giancaxio… il percorso finale della Magna Via costeggia al corso del torrente Akragas, e conduce fin dentro Agrigento, fin su alla rocca della Cattedrale. Qui la linea azzurra del mare all’orizzonte ritorna: essa segna l’inizio e la fine del viaggio.

Autore

Letizia Lipari

Sono una giovane siciliana con una grande passione per i viaggi, la lettura e la scrittura. Cerco da sempre di conciliare questi interessi su un terreno che li comprende tutti: ci sono decine e decine di articoli su territorio, natura, storia, itinerari e società che riempiono la memoria del mio computer. Diversi li ho pubblicati su riviste, blog e testate giornalistiche online, soprattutto locali. Cerco di cimentarmi anche con la narrativa e, ogni tanto, con la fotografia.

Ho trascorso gli ultimi anni a Palermo, città in cui ho vissuto, lavorato e preso una laurea in lettere. Dopo un anno in Francia per terminare il mio percorso di studi, sono tornata in Sicilia, nel mio paese d'origine, in attesa di nuove avventure.