La realizzazione della struttura carceraria a servizio del terrificante tribunale dell’Inquisizione, la cui sede era stata da poco stabilita nel grande Palazzo Steri, risale al 1601. Ne fu incaricato l’ingegnere del regno Diego Sanchez che, per la prima volta, non dovette riadattare allo scopo un edificio esistente ma costruì ex novo una prigione. Le celle già esistenti nel palazzo erano insufficienti ad accogliere il gran numero di eretici, bestemmiatori, streghe, fattucchiere e seguaci del demonio che in quel periodo “appestavano” Palermo insieme ad artisti, intellettuali e ogni altro personaggio che, per un motivo o per un altro, era invaso al potere costituito. Su quelle spesse e umide mura, molti di loro lasciarono graffiti, disegni, poesie, invocazioni, allo stesso tempo opere d’arte e atti d’accusa.

Il grande studioso di arte popolare siciliana Giuseppe Pitrè si dedicò per lungo tempo ai dipinti del primo piano della struttura carceraria, passando notti intere a scrostare l’intonaco che li ricoprivano e cercando con grande fervore di opporsi ai lavori di ammodernamento che furono appaltati al principio del Novecento per trasformare l’edificio in sede di uffici. Nonostante i tentativi di Pitrè i lavori andarono comunque avanti e così molte delle antiche pareti vennero demolite. Solo alcune rimasero in piedi, ben intonacate per far da cornice ai moderni ambienti. Leonardo Sciascia, che all’Inquisizione e al famigerato Torquemada dedicò il romanzo Morte dell’Inquisitore, si intrufolava fra le macerie, attratto dalle tristi e affascinanti testimonianze dei prigionieri del Tribunale.

Fortunatamente, quando lo Steri venne acquistato dall’Università di Palermo, venne avviato il recupero e oggi quel che è rimasto delle vecchie prigioni è . Durante i lavori, una dozzina di anni fa, emersero delle pitture inedite in due celle del pianterreno, datate e firmate da diversi prigionieri dei quali è stato possibile ricostruire le tragiche storie grazie a documenti rinvenuti nell’archivio centrale dell’Inquisizione a Madrid.

La firma più evidente, con scene di una battaglia navale, è quella di Francesco Mannarino, preso prigioniero e costretto a convertirsi all’Islam. Per questa ragione, quando finalmente riuscì a tornare in patria, venne arrestato dai paladini dell’ortodossia cattolica. Accanto ecco le tracce di Paolo Majorana, un anticlericale habitué delle segrete, autore di un suggestivo purgatorio affollato di volti allucinati e allucinanti tendenti all’impressionismo, che sovrastano un inferno solo di traditori. Ancora, troviamo la firma di Paolo Gonfaloni, autore di un Sant’Andrea e di una Maddalena con l’ampolla degli oli utilizzati per ungere Cristo. Nella seconda cella, una preghiera – invocazione alla morte di un prigioniero tormentato dalla malaria, che teme di udire la campanella che annunciava l’arrivo degli inquisitori per nuovi interrogatori. Da brividi. Alcuni dei versi più penosi sono di Michele Murrichino, una canzone dedicata a Gesù Cristo in cui anela all’irraggiungibile perdono divino. Testimonianze strazianti se si pensa al terribile teatro di queste vicende: celle piccolissime, quasi del tutto prive di luce naturale, in cui si affollavano numerosi prigionieri. Per realizzare i loro disegni essi avevano a disposizione solo legnetti, frammenti di coccio e simili attrezzi di fortuna.

Piazza Marina, 59, tel. 091 23893788 – visite da martedì a venerdì 9,30-18,30, sabato e domenica 9-17 (in estate fino alle 19).

Autore

Redazione Sikania