Per un caso fortuito, mi capita, negli stessi giorni, di fare due cose che programmavo da un po’ di tempo: leggere l’autobiografia e Schliemann e tornare a Poggioreale. E capita anche che le due cose si intreccino in qualche angolo della mia testa, e che mentre cammino tra i ruderi di Poggioreale Vecchia mi riecheggino nella testa le parole dello scopritore di Troia.

Nei suoi diari, Heinrich Schliemann racconta nei dettagli i molti giorni trascorsi a scavare, Iliade alla mano, cercando di riconoscere nel paesaggio che lo circondava le descrizioni di Omero. Il caldo, le cimici e la malaria lo opprimevano. Nei dintorni, l’archeologo aveva preso a essere considerato una sorta di guaritore, a cui portare i figli malati. Lui dispensava abbondantemente chinino e prescriveva bagni in mare. E, fra una cura e l’altra, disseppelliva i resti di una favolosa civiltà. Il suo progetto era tanto affascinante quanto titanico: localizzare una città leggendaria sulla base di indicazioni del tipo: “Essi arrivarono alle due fontane da cui scaturiscono le due sorgenti del vorticoso Scamandro”.

Se l’archeologia è senza dubbio una disciplina affascinante, ancora di più lo è il lavoro dell’archeologo che scava sulla base degli scritti degli antichi, cercando di associare una collina, una linea del paesaggio a quella descritta da uno storico o da un poeta.

Si può fare questo tipo di ricerca senza essere archeologi, e senza avere a disposizione pietre antiche di due o tremila anni? Me lo chiedo osservando il lavoro del signor Giacinto Musso, “Gino”, presidente dell’Associazione Poggioreale Antica, mentre si muove con l’entusiasmo di un esploratore fra le rovine del paese dei suoi antenati.

Poggioreale è uno dei paesi della Valle del Belìce, area nota soprattutto per il terremoto che la devastò nel ’68, cancellando intere comunità. Tra diversi paesi totalmente distrutti, Poggioreale resistette alle scosse piuttosto bene; tanto che, mentre tutti gli abitanti andavano via, pare che una donna sia rimasta a viverci per anni, da sola, tra i vasi di fiori della sua vecchia casa. Abbandonato in favore del nuovo centro, costruito a partire dagli anni ’70, il vecchio paese prese a sbriciolarsi poco a poco; e deve più al tempo che al terremoto il suo attuale aspetto da città fantasma.

Oggi, passeggiare per il vecchio corso è un’esperienza suggestiva. Lasciato alle spalle il cancello d’ingresso, davanti al visitatore sfilano davanti agli occhi i luoghi semplici della vita quotidiana, alcuni distrutti, altri ancora in piedi: la macelleria, la scuola elementare, la biblioteca, il municipio, lo splendido teatro. Soprattutto la domenica è facile trovarci il signor Gino, che fa un po’ di tutto: raccoglie reperti per il museo, diserba, traccia sentieri, cura gli alberi di agrumi che i membri dell’associazione hanno piantato negli antichi giardini. E soprattutto fa, a modo suo, l’archeologo: cercando di localizzare i reperti che sa intrappolati e dimenticati sotto le rovine.

“Lì, vicino al convento dei Cappuccini” spiega, “anticamente doveva esserci un pavimento ricoperto da un bellissimo mosaico. E c’era anche un cunicolo sotterraneo, che attraversava tutto il paese fino alla chiesa di Gesù e Maria. Me lo raccontava mio padre”. Il signor Gino muove le braccia a indicare luoghi che a prima vista sono cumuli pietre. La sua Iliade è un libretto consunto: sono le Memorie storiche di Poggioreale, scritte nel 1901 dall’arciprete locale che, storico certosino e appassionato d’arte, vi annotò puntualmente tutte le cose notevoli del paese. Un libro che oggi è introvabile: alla Biblioteca comunale non ne sanno parlare, qualcuno in paese l’ha trovato a Palermo, su una bancarella di piazza Marina. Lui, il signor Gino, la sua copia l’ha trovata anni fa dentro una casa di Poggioreale vecchia; e di essa si serve per ricostruire quello che il tempo ha cancellato. “Sotto il convento dei Cappuccini” spiega “secondo il libro c’era un’antica catacomba”. Una sepoltura dove i corpi erano disposti a vista, vestiti con l’abito francescano e un cartellino con il loro nome, un po’ come ai Cappuccini di Palermo. L’autore ricorda che i parenti lo conducevano a vederli nel giorno dei morti. L’ingresso, secondo le Memorie, avveniva tramite una porta posta a destra dell’entrata della chiesa.

Un’indicazione poco utile oggi, quando la chiesa stessa è una montagna di cocci e brandelli di mura. “Ma la sepoltura potrebbe essere ancora intatta, là sotto” ipotizza il signor Gino. Se la sua supposizione fosse corretta, si tratterebbe di una struttura di grande valore antropologico, un valore aggiunto per un centro che per la sua unicità già richiama un numero sempre più consistente di curiosi e turisti.

Verificarlo non è semplice; le pietre più difficili da smuovere, prevedibilmente, sono quelle della burocrazia e dei finanziamenti. Ma intanto, rievocata dalle ricerche dei volontari dell’associazione, la voce dell’arciprete ha ripreso a raccontare dei tesori del suo paese; e a descrivere posti che non ci sono più, e altri che aspettano ancora di riemergere da sotto le pietre.

Autore

Letizia Lipari

Sono una giovane siciliana con una grande passione per i viaggi, la lettura e la scrittura. Cerco da sempre di conciliare questi interessi su un terreno che li comprende tutti: ci sono decine e decine di articoli su territorio, natura, storia, itinerari e società che riempiono la memoria del mio computer. Diversi li ho pubblicati su riviste, blog e testate giornalistiche online, soprattutto locali. Cerco di cimentarmi anche con la narrativa e, ogni tanto, con la fotografia.

Ho trascorso gli ultimi anni a Palermo, città in cui ho vissuto, lavorato e preso una laurea in lettere. Dopo un anno in Francia per terminare il mio percorso di studi, sono tornata in Sicilia, nel mio paese d’origine, in attesa di nuove avventure.

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