 | Sciacca, la “fabbrica” dei carri |
Sciacca è davvero una delle città di mare più belle della Sicilia occidentale: in posizione felicissima, guarda da una lieve altura il Canale di Sicilia e ogni tanto aguzza la vista per scrutare un po’ meglio l’orizzonte, forse nella speranza che un giorno Ferdinandea, l’isola che non c’è, torni a riaffiorare dal mare, per riprendere quel gioco a nascondino che le piace fare ogni tanto dal 1831.
La città è distribuita su tre livelli: giù al mare c’è un piccolo porto peschereccio e le vecchie case dei pescatori, in mezzo l’intricatissimo centro storico, pieno ad ogni passo di sorprese preziose, e più sù - oltre le mura cinquecentesche - i nuovi quartieri. Alle pendici meridionali del Monte di San Calogero si susseguono ininterrottamente fenomeni a carattere carsico e flussi vaporosi fuoriescono dalle cavità rocciose, facce inquietanti di saraceni dai grandi copricapo variopinti si affacciano a spiare ad ogni angolo dalle botteghe dei “mastri ceramisti”. Sciacca è una città dall’atmosfera misteriosa, ed in questo periodo vi si respira un clima di segreto e cospirazione che corre per le strade, aumenta in ogni caffè, ad ogni cenno di saluto fra gruppi di cittadini che ammiccano con circospezione “nni videmu dda stasira” (ci vediamo là stasera). Tutta la città si organizza in un brulicare crescente di gruppuscoli di amici, di cittadini di ogni sesso ed ogni età che nell’andirivieni quotidiano continuano mille volte al giorno a darsi appuntamento alla sera, ed ogni gruppo guarda l’altro con circospetto timore. Sciacca non è una città di sette segrete: “dda stasira” (là stasera) vuol dire al capannone, nella vecchia fornace dei “mattonacci”, nel vecchio magazzino o nell’officina dimessa dove pezzo dopo pezzo, striscia su striscia, pennellata dopo pennellata, dopo una gestazione di poco più di tre mesi nasce uno dei più bei carnevali d’Italia. Tutta la città prende parte senza risparmio all’evento, i saccensi si organizzano in gruppi che lavorano alacremente in gran segreto, ognuno nella speranza di tirare fuori dai capannoni a lavoro finito il carro più bello che potrà vincere il concorso indetto dall’Amministrazione comunale. Guai a farsi rubare l’idea o a cedere informazioni al “nemico”: bisogna avere il copione più spiritoso, la satira più pungente, lo sberleffo più audace contro il politico locale, l’amministratore o l’amico che tutti conoscono. E così da 108 anni i saccensi vanno appresso a Peppi Nappa, lo straniero che venne dal mare con le maniche a penzoloni perché la giacca gliela avevano prestata, un po’ tonto e un po’ ubriacone, che ha dato piglio allo sberleffo e che ne è stato oggetto, per le strade, per le osterie, lungo le stradicciole del porto dove si salavano le acciughe. Da 108 anni carri coloratissimi alti più di 15 metri fanno la carruzzata (sfilata) seguiti da migliaia di maschere che cantano e ballano sul tema scelto, poiché ogni carro ha il suo “poeta” che scrive un inno e prepara una messa in scena. Un corpo gigantesco, il carnevale di Sciacca, ma l’anima è in quei capannoni dove i vecchi carristi da anni lavorano la cartapesta, incollano saldano, dipingono: tutti danno una mano, i più piccoli imparano con fierezza e impegno, i ragazzi aiutano gli anziani a tenere gli occhi aperti sui temi d’attualità più caldi per il territorio (è il loro modo di fare politica), in ogni capannone c’è una cucina arrangiata alla buona, ma non mancano mai il vino e la salsiccia; vicino alla porta una griglia sempre pronta perché a Sciacca in ogni momento può bussare il pesce fresco, e così per mesi portano avanti un carnevale privato fatto di allegria autentica, di amicizia, di collaborazione, insomma, ogni sera uno schiticchiu (grande abbuffata) tra amici. Il carro è un segreto, ma se raggiungerete i capannoni di contrada Muciara i carristi vi diranno allegramente “non si può, è un segreto, non si può vedere prima di carnevale, ma ormai sei qui… Lo facciamo vedere solo a te”. Fanno entrare tutti, loro sono così: cordiali e contenti di vedere la gente che guarda da dentro il loro lavoro, solo che è obbligatorio accettare di bere insieme, perché anche a Sciacca, si sa, come in tutta la Sicilia, “l’acqua fa mali e lu vinu fa cantari” (l’acqua fa male e il vino fa cantare).
Nota:
A Sciacca c’è da vedere
• Il Duomo
• La Chiesa di Santa Margherita
• Il palazzo Steripinto
• La grotta di San Calogero Eremita.
Si può arrivare da Palermo seguendo la A29 Palermo - Mazara del Vallo, uscendo a Castelvetrano e proseguendo sulla SS 115 per Sciacca.
foto e testo > Anna Gelsomino
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