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 Un tesoro sotto la Cappella Palatina

Tesori nascosti
La chiesa inferiore di Santa Maria delle Grazie a Palermo

Grazie alla riapertura del monumentale portale d’ingresso al Palazzo Reale, che si affaccia su piazza del Parlamento, e al ripristino del collegamento diretto tra esso e le sale Duca di Montalto attraverso un lungo corridoio, si è venuta a costituire una più agevole via d’accesso ad un luogo sotterraneo ancora oggi sconosciuto ai più.



 

Si tratta di una chiesetta di epoca medievale, preceduta da un nartece, posta esattamente in corrispondenza della Cappella Palatina di Palermo.
La chiesa - che del più noto complesso sovrastante doveva costituire il primo nucleo religioso - racchiude in sé, manifestandola attraverso i segni evidenti delle trasformazioni subite nel corso dei secoli, la memoria storica di quanti, avvicendatisi nell’Isola, ne hanno profondamente influenzato non soltanto usi e costumi ma, come nel caso delle arti figurative e dell’architettura, anche il modus operandi.
Le fabbriche palatine, la cui inaugurazione si deve come è noto all’insediamento in città del sovrano normanno Ruggero II, sorgevano nel luogo in cui in epoca islamica si trovava il quartiere militare del Mo’aschar. È probabile che già all’epoca del Guiscardo, cugino del Gran Conte Ruggero e primo ad entrare in città, la chiesetta - inizialmente dedicata a Santa Maria in Gerusalemme - fosse in uso per lo svolgimento delle funzioni religiose degli invasori, utile soprattutto per l’avvio di quell’opera di cristianizzazione di cui si fecero portatori i sovrani normanni.
Oggi tuttavia, complici le molteplici stratificazioni architettoniche, è difficoltoso ricostruire perfettamente tanto la genesi quanto gli sviluppi posteriori di questo luogo sacro, tanto suggestivo se non altro perché da sempre è parte integrante di uno dei monumenti religiosi più importanti del mondo. Vi si accede dall’esterno del Palazzo Reale, come già detto, da un lungo corridoio detto “manica lunga”, ma la chiesetta è internamente collegata, per mezzo di due scalette molto ripide, alle navatelle della Palatina.
È perfetta qui (come lo è ancor di più nella chiesa superiore) la fusione tra i diversi linguaggi, quello latino e quello greco su tutti, complici le maestranze che i sovrani normanni usavano impiegare contemporaneamente, in nome di quella armoniosa multiculturalità e multirazzialità che fu il vanto della loro cultura. L’icona bizantina della Vergine Odigitria è ciò che rimane della decorazione pittorica che un tempo ornava tutte le pareti della chiesa; le croci dipinte in rosso e graffite sui conci murari l’unica testimonianza, insieme alla pianta che si estende centralmente, della persistenza di modelli ancora legati al culto greco. L’architrave ligneo del portale di ingresso, invece, è di età normanna come lo è anche il cupo sacello che per alcuni mesi ospitò la salma del re Guglielmo I, oggi a Monreale. Al periodo barocco, invece, risalgono l’altare policromo a marmi mischi e la tela di gusto manierista sormontata da putti festanti che lo sovrasta, ai lati della quale troviamo un’eco arabeggiante: due piccole colonnine a fusto liscio con un capitello a calice che ricordano il delicato intreccio arabesco a quattro petali.
La magnificenza della scintillante decorazione musiva della Cappella Palatina attrae da tutti i tempi, questo è noto. Allo stesso tempo affascina scoprire, pochi metri più in basso del suo pavimento riccamente ornato da marmi policromi di fattura tipicamemte araba, una più piccola e più antica chiesetta dall’atmosfera silenziosa e dimenticata che, come la più grande che l’avvolge proteggendola, racconta quasi mille anni di storia e di vita vissuta all’ombra della luce aurea più famosa dell’Occidente.


Nota: (testo e foto > chiara alaimo)



 
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