Così si esprimeva Renato Guttuso nel 1934, scrivendo della ‘sua’ arte, arte che acquista spessore materico nella bella mostra allestita a Villa Cattolica, a Bagheria, Museo Civico all’artista bagherese dedicato.
“La potenza dell’immagine 1967-1987” è il titolo dell’esposizione, che si sostanzia immediatamente fin dall’ingresso dove, proprio di fronte all’orizzonte del visitatore, si odono i rumori dei Pugilatori (1983): dalla tela di oltre quattro metri di lunghezza sembrano sorgere i corpi sudati, scivolosi, selvaggi di questi giovani atleti intrecciati, concentrati, potenti nei loro lineamenti scolpiti nei colori bruciati del marrone.
Gioventù, o meglio, la memoria della gioventù, è il filo conduttore discretamente teso dai curatori della mostra, Dora Favatella Lo Cascio e Fabio Carapezza Guttuso, che come in un gioco di rimandi specchiano opere del maestro degli anni Settanta con quelle degli anni Ottanta, lasciando che le emozioni malinconiche dell’artista creatore trovino - in punta di piedi - il loro posto tra i quadri in mostra.
Una malinconia che si insinua a partire dal drappo rosso che contraddistingue la prima grande tela del percorso, la Primavera, che - scavalcando come in una corsa ad ostacoli le nature morte che si susseguono - trova la sua eco nel Bosco dell’Amore, opera del 1984 che svela, nella sua solitudine, tutta la nostalgia dell’autore. E lui è lì, in avanti con gli anni, seduto in un angolo a guardare, come proiettati su uno schermo, i ricordi dei suoi amori, più o meno puri, più o meno carnali.

Non c’è consolazione morale, semmai una grande esaltazione etica che traspare, un forte inno all’azione, compiuta in qualunque direzione purché “agita”, contro ogni forma di accidia.
I funerali di Togliatti sbandierati di rosso agita i suoi vessilli contro i colori meno accesi della tela, così come in Comizio di quartiere, del 1975, ciascuno dei personaggi ritratti ha un suo ruolo ben preciso, dalla donna incinta e dal fumatore in canottiera che fanno parte del pubblico più lontano eppure fortemente connotati, all’oratore, sì in primo piano, eppure di schiena, perché non è lui il protagonista, bensì tutto il resto del quartiere.
Azione, agire, fare, amare. Questa la voce forte che s’impone tra le tele “finite” e gli schizzi preparatori, tra gli omaggi dei grandi (Picasso, De Chirico, Magritte, Warhol... solo per citare alcuni dei presenti) e le foto di Guttuso che dipinge.
Una mostra, quindi, per conoscere un uomo - mentre si conosce la sua opera - che è anche innamorato della sua terra, dei colori della sua terra. “Io ho cercato sempre una pittura molto comunicativa, tinte forti perché in Sicilia la luce è così forte che brucia i colori. Se li vuoi far vedere, li devi rinforzare. La pietra gialla dell’Aspra, la terra rossa, il giallo dei limoni, ecco i colori che mi sono rimasti nel sangue, nel sentimento. A Bagheria il colore è particolarmente duro: la terra accesa, le ombre nere. E il mare di Aspra: è diverso da ogni altro, con quella sua striatura violetta e bianca (...)”.
Così nel 1971 Guttuso, che 12 anni dopo, avrebbe dipinto Eruzione dell’Etna, tra i più accecanti ritratti di quest’Isola sfrenata.
Forte come i toni inaciditi di Nella stanza le donne vanno e vengono (1986), tela incompiuta in cui il rumore dei tacchi della sua donna si fa flebile, lontano, vivo.