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 Renato Guttuso - La potenza dell’immagine

Attualità“Credo nella pittura come espressione - per mezzo di toni e linee - del significato delle cose. Ogni realtà, ogni oggetto, figura, ogni forma ha il suo significato che sta nelle inflessioni, piani, modulazioni, tonalità della forma stessa, nella sua posizione, nello spazio. Sta al pittore comprendere questo significato, liberarlo dalle accidentalità, ed esprimerlo semplicemente. La fantasia non esiste fuori dalle cose, come non esiste astrazione e ricostruzione in un campo così determinato come quello della pittura”.


 Donne stanze paesaggi oggetti (1967)

Così si esprimeva Renato Guttuso nel 1934, scrivendo della ‘sua’ arte, arte che acquista spessore materico nella bella mostra allestita a Villa Cattolica, a Bagheria, Museo Civico all’artista bagherese dedicato.
“La potenza dell’immagine 1967-1987” è il titolo dell’esposizione, che si sostanzia immediatamente fin dall’ingresso dove, proprio di fronte all’orizzonte del visitatore, si odono i rumori dei Pugilatori (1983): dalla tela di oltre quattro metri di lunghezza sembrano sorgere i corpi sudati, scivolosi, selvaggi di questi giovani atleti intrecciati, concentrati, potenti nei loro lineamenti scolpiti nei colori bruciati del marrone.
Gioventù, o meglio, la memoria della gioventù, è il filo conduttore discretamente teso dai curatori della mostra, Dora Favatella Lo Cascio e Fabio Carapezza Guttuso, che come in un gioco di rimandi specchiano opere del maestro degli anni Settanta con quelle degli anni Ottanta, lasciando che le emozioni malinconiche dell’artista creatore trovino - in punta di piedi - il loro posto tra i quadri in mostra.
Una malinconia che si insinua a partire dal drappo rosso che contraddistingue la prima grande tela del percorso, la Primavera, che - scavalcando come in una corsa ad ostacoli le nature morte che si susseguono - trova la sua eco nel Bosco dell’Amore, opera del 1984 che svela, nella sua solitudine, tutta la nostalgia dell’autore. E lui è lì, in avanti con gli anni, seduto in un angolo a guardare, come proiettati su uno schermo, i ricordi dei suoi amori, più o meno puri, più o meno carnali.

  Comizio di quartiere
(1975)  Vucciria (1974)

Non c’è consolazione morale, semmai una grande esaltazione etica che traspare, un forte inno all’azione, compiuta in qualunque direzione purché “agita”, contro ogni forma di accidia.
I funerali di Togliatti sbandierati di rosso agita i suoi vessilli contro i colori meno accesi della tela, così come in Comizio di quartiere, del 1975, ciascuno dei personaggi ritratti ha un suo ruolo ben preciso, dalla donna incinta e dal fumatore in canottiera che fanno parte del pubblico più lontano eppure fortemente connotati, all’oratore, sì in primo piano, eppure di schiena, perché non è lui il protagonista, bensì tutto il resto del quartiere.
Azione, agire, fare, amare. Questa la voce forte che s’impone tra le tele “finite” e gli schizzi preparatori, tra gli omaggi dei grandi (Picasso, De Chirico, Magritte, Warhol... solo per citare alcuni dei presenti) e le foto di Guttuso che dipinge.

Una mostra, quindi, per conoscere un uomo - mentre si conosce la sua opera - che è anche innamorato della sua terra, dei colori della sua terra. “Io ho cercato sempre una pittura molto comunicativa, tinte forti perché in Sicilia la luce è così forte che brucia i colori. Se li vuoi far vedere, li devi rinforzare. La pietra gialla dell’Aspra, la terra rossa, il giallo dei limoni, ecco i colori che mi sono rimasti nel sangue, nel sentimento. A Bagheria il colore è particolarmente duro: la terra accesa, le ombre nere. E il mare di Aspra: è diverso da ogni altro, con quella sua striatura violetta e bianca (...)”.
Così nel 1971 Guttuso, che 12 anni dopo, avrebbe dipinto Eruzione dell’Etna, tra i più accecanti ritratti di quest’Isola sfrenata.
Forte come i toni inaciditi di Nella stanza le donne vanno e vengono (1986), tela incompiuta in cui il rumore dei tacchi della sua donna si fa flebile, lontano, vivo.


Nota:
(emilia gatti)



 
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