Ci sono storie affascinanti, così straordinarie che, con il trascorrere del tempo, si trasformano in leggende.
Leggenda, o meglio, leggendaria, è la vita stessa di Archimede, a buon titolo considerato il più grande matematico e fisico di tutti i tempi.
È certo che sia nato a Siracusa, forse nel 287 a.C. ed è sicuro che sia morto nel 212 a.C. dopo aver inventato alcune delle più rivoluzionarie innovazioni tecnologiche che, come il fuoco di Perseo, hanno fatto compiere un enorme balzo in avanti all’intera umanità.
Nella leggenda, intesa nel senso letterale del termine, si trasloca al momento della sua morte.
Nel 212 a. C. la Sicilia è impegnata nella seconda guerra punica e il console romano Marco Claudio Marcello espugna Siracusa. I soldati romani mettono a ferro e fuoco la città, ma un ordine era stato impartito dal console in persona: Archimede avrebbe dovuto essere catturato vivo.
Plutarco, che scrisse la Vita di Marcello, ci offre diverse versioni di ciò che accadde e del perché quest’ordine sia stato disatteso.
Dapprima scrive che Archimede sarebbe stato ucciso a causa del suo rifiuto di seguire il soldato, poi specifica: «Ad un tratto entrò nella stanza un soldato e gli ordinò di andare con lui da Marcello. Archimede rispose che sarebbe andato dopo aver risolto il problema e messo in ordine la dimostrazione. Il soldato si adirò, sguainò la spada e lo uccise».
Più avanti, invece, sembra che Archimede avesse accettato di presentarsi al console, e che si fosse incamminato con una cassa di attrezzi utili a dimostrare le sue qualifiche. I soldati, pensando che la cassetta contenesse oro, lo uccisero per derubarlo.
Noi preferiamo una versione ancora diversa: intento nei suoi studi, assorto nell’osservazione di un documento, Archimede non rispose in tempo al soldato che lo chiamava per nome. Questi, pensando che non fosse Archimede, lo trafisse con la sua spada. A lui il genio avrebbe chiesto, nel veloce incrocio di sguardi prima dell’affondo, “Noli, obsecro, istum disturbare” (non lo rovinare), riferendosi proprio al progetto che stava studiando.
Leggendaria anche la scoperta della sua tomba da parte di Cicerone: «Io questore scoprii la tomba di Archimede, sconosciuta ai Siracusani, sebbene negassero completamente che esistesse. (...) Così la nobilissima cittadinanza della Grecia, una volta veramente molto dotta, avrebbe ignorato il monumento del suo unico cittadino acutissimo, se non lo fosse venuto a sapere da un uomo di Arpino».
Di questa scoperta oggi non v’è più traccia, e quella che comunemente viene detta “tomba di Archimede” altro non è che un “colombario” romano, ovvero una camera sepolcrale risalente tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.

Altra vita leggendaria è quella della santa patrona di Siracusa, Lucia.
Essendo stata martire sotto l’impero di Diocleziano, si sa per certo che è vissuta nel III secolo d.C., nata - forse - nel 283.
Si dice appartenesse a una ricca famiglia, promessa sposa ad un pagano. Ma, ascoltata la volontà di Dio mentre era raccolta in preghiera, ruppe il fidanzamento, devolvendo la sua dote ai poveri di cui si prendeva cura fin dentro alle catacombe. Per questo, per addentrarsi nelle grotte buie, indossava una corona di candele, in modo tale da poter avere le mani libere per trasportare cibo e vesti.
Il fidanzato, offeso, la denunciò ai Romani come cristiana e la abbandonò al martirio. Orribile: per ucciderla fu fatta trascinare da una coppia di buoi, poi cosparsa di pece bollente, e ancora, visto che non moriva (sic!), posta sulla brace ardente. Per dare ulteriore prova della forza della sua fede, Lucia si strappò gli occhi con le proprie mani e li consegnò ad un soldato. Questi, spaventato, la pugnalò alla gola, uccidendola.
Decisamente di altro carattere le ultime due leggende legate alla città di Siracusa.
È senza tempo la storia della Pellegrina, dolce fanciulla che soleva incontrarsi con l’innamorato, un pescatore, in una grotta della penisola della Maddalena. Lì avevano luogo i loro convegni amorosi fin quando, una notte, il marinaio non venne. Né quella né tutte le notti a seguire, anche se la Pellegrina non smise mai di aspettarlo. E pare che lo faccia ancora, dato che più di un marinaio dice di averla vista nelle notti di luna piena, mentre scruta trepidante l’orizzonte. Questo tratto di costa è noto ai siracusani con il nome di Piddirina (Pellegrina).
Se non fosse per il fatto che è considerato uno dei miti siracusani persino tra le mura del palazzo di città, probabilmente non ne avremmo detto. Però esiste, ed ha a che fare con il fatto che gli uomini sono “uomini” fin dall’inizio del mondo.
Questo mito racconta di due ragazze, bellissime, che si disputavano lo “scettro” della più bella. Chiamati due fratelli contadini a giudicare la vincitrice, si presentarono al loro cospetto interamente nude. I fratelli non seppero scegliere e ne sposarono una a testa.
Quelle giovani donne sono ancora oggi conosciute con il nome di fanciulle callipigie, ovvero “dal bel sedere”.
EUREKA!
Di leggenda sono avvolti anche alcuni - fondamentali - momenti della vita di Archimede (e, di conseguenza, della nostra).
Si narra che il tiranno di Siracusa Gerone II avesse ricevuto in dono una corona in oro. Poco convinto che si trattasse di oro massiccio, Gerone chiese proprio ad Archimede di dimostrargli l’autenticità del monile. Archimede si lambiccava la testa e un giorno, entrando sovrappensiero nella vasca da bagno, la soluzione gli balenò in un secondo: eureka! (ho trovato!) urlò, correndo nudo fin nel suo studio per scrivere la teoria secondo la quale un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l’alto, pari al peso del liquido spostato. Così, preparati due blocchi, uno in oro e uno in argento, di peso uguale a quello della corona, li immerse nell’acqua e, misurando il volume del liquido spostato, ottenne la prima misurazione di peso specifico.
Per la cronaca, pare che la corona non fosse di oro massiccio. Di leggenda sono avvolti anche alcuni - fondamentali - momenti della vita di Archimede (e, di conseguenza, della nostra).Si narra che il tiranno di Siracusa Gerone II avesse ricevuto in dono una corona in oro. Poco convinto che si trattasse di oro massiccio, Gerone chiese proprio ad Archimede di dimostrargli l’autenticità del monile. Archimede si lambiccava la testa e un giorno, entrando sovrappensiero nella vasca da bagno, la soluzione gli balenò in un secondo: eureka! (ho trovato!) urlò, correndo nudo fin nel suo studio per scrivere la teoria secondo la quale un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l’alto, pari al peso del liquido spostato. Così, preparati due blocchi, uno in oro e uno in argento, di peso uguale a quello della corona, li immerse nell’acqua e, misurando il volume del liquido spostato, ottenne la prima misurazione di peso specifico.Per la cronaca, pare che la corona non fosse di oro massiccio.