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 Calatafimi Segesta - Storie di strade, strade di storia

TerritorioIl nome così morbido e musicale richiama le suggestioni di un antico maniero arabo, annidato fra i colli della fertile terra trapanese, ma Calatafimi, pur legata al Medioevo islamico, è ben più antica. Infatti, millenni or sono, quando la Sicilia era terra di ventura dei più disparati popoli, la cui esistenza si nutriva in egual misura di realtà e mito, qui sorgeva Acesta.

Il nome di questa città, ancora una volta pregno di dolcezza, era ricalcato su quello di un eroe troiano che era giunto in Sicilia sbattuto dalle onde di un mare periglioso, in fuga, con tanti altri suoi compagni, da una città in fiamme.
Enea, il capo della spedizione, dopo la sosta nella grande isola mediterranea proseguì il viaggio, ma parte del suo seguito rimase in Sicilia. Passarono molti anni e i Romani discendenti di Enea tornarono in Sicilia e anche nel territorio di Calatafimi, come testimonia proprio il nome della cittadina: esso, infatti, non è altro che la corruzione italiana del toponimo arabo Kalat-al-Fimi, a sua volta derivato dal nome del signore romano di queste terre, Diocle, detto Phimes, ricordato anche da Cicerone nelle sue “Verrine”.
La storia di Calatafimi è da sempre legata alla sua terra e a quest’unico aspetto si interessarono i signori feudali che, a partire dal regno normanno, si succedettero nel dominio di queste terre, ed è per questo che è stato realizzato un museo etno-antropologico in cui viene documentata la quotidianità degli abitanti di Calatafimi, il lavoro casalingo, nei campi e nelle botteghe. Ospitato nell’ex convento di San Francesco, opportunamente restaurato, il museo si compone di diversi ambienti che riproducono fedelmente una tipica casa rurale e le botteghe degli artigiani di un tempo: attraverso gli oggetti e le vecchie foto si può così conoscere la realtà della vita di un tempo in un piccolo centro.

Con grandissima cura sono stati restaurati, altresì, i vicoli del vecchio borgo, realizzati originariamente sullo schema del baglio rurale, il bahl, la corte araba. Qui si discuteva e si faceva salotto, ci si conosceva, ci si innamorava, si pregava e si celebravano funerali. Un patrimonio che si è voluto da una parte recuperare e dall’altra valorizzare, decorando i vicoli con pannelli di ceramica e oggetti che sviluppano un tema e creando così un suggestivo itinerario di visita. Si percorrono così, fra gli altri, il Vicolo dei Proverbi, con centocinquanta targhe che riportano proverbi siciliani e calatafimesi; il Vicolo delle Acquasantiere che non soltanto è addobbato con questi graziosi oggetti ma riporta anche, su una targa in ceramica, la spiegazione di un antico rito propiziatorio per guarire le bestie malate che si svolgeva proprio qui; il Vicolo del Sole, dedicato ai pensieri di uomini celebri sulla Sicilia, e quello della Poesia, dove, fra le altre, vi è una poesia di Francesco Vivona, fra i più illustri cittadini di Calatafimi, insuperato traduttore dell’Eneide.

Non poteva mancare il Vicolo dell’Epopea Garibaldina, dedicato all’impresa di riunificazione dell’Italia che ebbe una delle sue prime battute proprio a Calatafimi, portando alla ribalta della storia questo minuscolo paese. Qui su una targa in ceramica è riportata la celebre frase “Qui si fa l’Italia o si muore!”, pronunciata da Garibaldi alla vigilia della fatidica battaglia combattuta sui colli intorno alla città, il 15 maggio 1860. Seppure di dimensioni relativamente ridotte, specie rispetto ad altri scontri, quella di Calatafimi fu una battaglia di importanza campale, perché di fatto spianò la strada per Palermo, consentendo ai garibaldini di conquistare il capoluogo senza trovare eccessiva resistenza. Inoltre, poiché la vittoria fu ottenuta su un nemico meglio armato e addestrato, essa diede ai Mille e ai picciotti (i patrioti siciliani al seguito di Garibaldi) che a loro si erano via via uniti, l’impressione di essere protetti da Dio nella loro impresa, una convinzione che, unita al carisma del generale, ebbe un ruolo fondamentale nell’impresa dei Mille. Lo stesso Garibaldi, nelle sue memorie, definì la battaglia di Calatafimi la “pugna più gloriosa”. Nella biblioteca civica di Calatafimi sono conservati alcuni cimeli garibaldini, ma il più importante ricordo dello storico evento è il Monumento Ossario di Pianto Romano, su una collinetta incoronata di cipressi, il cui disegno fu affidato all’architetto Ernesto Basile, uno dei più importanti esponenti del Liberty.

Il monumento - un severo, classico tempietto sormontato da un obelisco e decorato di altorilievi di bronzo - fu eretto nel 1892 ed è una delle principali realizzazioni architettoniche del piccolo paese, che vanta anche una Chiesa Madre, di origine duecentesca, intitolata a San Silvestro (vi è custodito un bel polittico marmoreo del Cinquecento, raffigurante la Madonna con Bambino fra santi), la settecentesca Chiesa del SS Crocifisso e quella della Madonna del Giubino, patrona di Calatafimi, mentre è rovinato quasi del tutto il castello, realizzato nel Duecento su fondazioni ben più antiche. Da citare anche il bel teatro ottocentesco, intitolato a Felice Cavallotti, anche questo ristrutturato e vincolato, e il Centro Arti Sceniche, inaugurato nel citato ex convento di San Francesco, di fronte al teatro.

Il motivo di attrazione più importante, però, non è all’interno del borgo ma si trova nel territorio: l’area archeologica di Segesta (in onore della quale, qualche anno fa, Calatafimi ha mutato il proprio nome in Calatafimi Segesta) è una delle principali della nostra regione. Due i monumenti più importanti: il bellissimo tempio del V secolo a.C., in stile dorico e ancora quasi intatto, con 36 massicce colonne dorate, e il pittoresco teatro, sempre del V secolo, scavato nel fianco di una collina nella parte più alta dell’abitato, affacciato sul vastissimo orizzonte della vallata e del mare. Gli avanzi dell’antica città sono stati solo parzialmente messi in luce e presentano numerose stratificazioni successive.
Da visitare, infine, l’area archeologica di Calathamet, relativa a un antico insediamento, e la zona delle acque termali: si tratta di acque solforose che troviamo citate per le loro proprietà curative già nelle opere degli storici Diodoro Siculo e Strabone. Le sorgenti sono ben sei e nelle vasche dei piccoli impianti si possono fare bagni salutari ma anche soltanto rilassanti.




 
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