Così Virgilio nelle sue Bucoliche (egloga V) riassume la figura di Dafni, figlio di Mercurio e della ninfa Dafnide, allevato dalle Muse nella terra che è oggi la valle del fiume Irminio, nella provincia ragusana.
Bello e gentile, Dafni viveva pascolando le greggi, mentre Pan lo istruiva nell’arte della musica e del canto.
Un’arte che il pastore imparò alla perfezione tanto che Virgilio scrive: (...) Dove cercare un dono pari al tuo canto? / Vorrei donarti (e forse non basta) / il sibilo del vento che ora si leva, / i lidi battuti dal mare, / la voce dei fiumi sulle pietraie delle valli...
Cantava alle greggi, il giovane Dafni, e cantava e suonava per il suo amore, per la ninfa Echemeide, figlia di Giunone, che lui aveva sposato giurandole fedeltà eterna davanti all’intero consesso delle Muse.
Ma Dafni aveva un problema davvero grave: era bellissimo.
Era tanto bello che nessuna fanciulla riusciva a resistergli, ed era proprio Dafni colui che doveva negarsi in continuazione.
A dire il vero, non erano soltanto le ragazze di Sicilia a tentarlo: non c’era giovinotto o signore che non avrebbe pagato qualunque cifra pur di giacere con lui. Persino lo stesso Pan, divinità metà uomo e metà capra, provava per il ragazzo un trasporto profondo, e forse proprio per questo non seppe resistergli, e gli insegnò tutta la magia della sua musica.
La fama delle note del flauto di Dafni, insieme con quella della sua bellezza (e non necessariamente in questo ordine), giunse persino alla corte del re Zeno, che lo volle come invitato in una delle sue grandiose feste.
Anche qui, la magia di Dafni si compì in modo assoluto. Tutti rimasero ammaliati dalle doti di questo poeta-pastore (al quale il mito fa risalire l’invenzione della poesia bucolica), tutti rimasero ad ascoltarlo in silenzio, pendendo dalle sue labbra, seguendo, fin quasi senza sbattere le palpebre, ogni piccolo movimento del suo corpo perfetto.
Persino il cielo si emozionò, e si colorò delle tinte delicate di un tramonto primaverile, lasciando che solo la leggera brezza di Zefiro muovesse le fiamme delle lanterne.
A tanta dolcezza nessuno poteva resistere. Nessuno, tanto meno la regina Climene, vittima di un amore improvviso e repentino che la condusse fino al cospetto del pastore, implorando il suo amore.
Dafni resistette, con dolcezza ma con fermezza, opponendo alle richieste della regina la sua promessa di fedeltà alla cara Echemeide.
L’amore rifiutato, allora, si trasformò in ossessione, e Climene non perse occasione per avere Dafni al suo cospetto. Finché una sera, organizzata una sua recita, la regina decise di farlo ubriacare, facendogli bere del vino drogato con succo di alloro.
Così la donna ebbe ragione del ragazzo, che si intrattenne al palazzo del re per una notte d’amore infedele.
Giunone, però, dall’alto dell’Olimpo vide tutto e, offesa dalla mancanza di rispetto del genero per la figlia, si vendicò rendendolo cieco.
Dafni, disperato, fuggì per la campagna che ormai non riconosceva, cantando tutto il suo dolore fin quando, giunto nei pressi di Cefalù, si arrese al suo triste destino e si uccise gettandosi dalla rocca.
Dafni, però, aveva toccato anche il cuore degli dei che, avendone pietà, lo trasformarono in una rupe, con la quale, ancora oggi, la brezza marina suona i suoi malinconici lamenti.
Bello lo era anche Murad Aghà, giovane nato a Ragusa attorno alla fine del Quattrocento, rapito dai corsari e venduto a Costantinopoli. La sua bellezza lo fece diventare custode dell’harem del sultano Selim I (fu lui a chiamarlo Murad), re che dovette acconsentire ai voleri della preferita, Zulima, che ne volle fare il suo personale servitore. Il re, però, onde evitare che la moglie cadesse in tentazione, provvide ad evirarlo. Una misura che, comunque, non impedì a Murad, una volta morto il sultano, di trasformarsi in un valoroso militare, talmente tanto coraggioso da meritarsi l’appellativo di Aghà, condottiero.
Murad non dimenticò mai le sue origini. Per celebrare le proprie vittorie militari, fece erigere una moschea a Tajura (nei pressi di Tripoli, in Libia), chiamando ad effettuare i lavori anche gli schiavi che provenivano dalla sua stessa Isola. Una volta terminata l’opera, fece liberare tutti i suoi conterranei che, tornati in patria, tramandarono la storia del Bey ragusano, sepolto nella sua stessa moschea.
Prima di abbandonare questa che Omero chiama terra dei Lotòfagi (i mangiatori di loto, un frutto molto abbondante in tutto il ragusano), è opportuno accennare anche alla leggenda dei cento pozzi.
Probabilmente antichissime sorgenti d’acqua, forse “organizzate” dall’esercito cartaginese durante le guerre puniche, si dice che a scavare tutti questi pozzi (oggi in contrada Bottino) siano stati i diavoli richiamati qui da un sortilegio: un giovane servitore, non resistendo alla curiosità, aprì una scatola del suo padrone, dedito all’arte delle magia. Da questa scatola sarebbero apparsi centinaia di diavoli che cominciarono a gridare al ragazzo “comanda! comanda!”.
Confuso da tanto frastuono, il giovane ordinò loro di scavare i pozzi, lavoro eseguito in men che non si dica.