Viaggiando nell’interno della Sicilia spesso si scorgono rovine di antichi castelli che svettano, muti e arcigni, sulla sommità di rocce faticose, testimoni di un’epoca feudale che in Sicilia si spinse ben oltre le soglie dell’evo moderno.
Viaggiando nell’interno della Sicilia spesso si scorgono rovine di antichi castelli che svettano, muti e arcigni, sulla sommità di rocce faticose, testimoni di un’epoca feudale che in Sicilia si spinse ben oltre le soglie dell’evo moderno. Simbolo di potere e di ricchezza, questi castelli bruciati dal sole, dal vento e dalle intemperie consistono spesso soltanto di una torre o di un brandello di mura, ma non sempre: a Mussomeli, infatti, c’è un castello ancora pressoché intatto e che, fra i manieri medievali siciliani, è senz’altro uno dei più pittoreschi.
In cima a una rupe aspra e scoscesa, alta quasi 800 m, è talmente fuso con la pietra da sembrarne un’appendice. Lo fece costruire Manfredi III Chiaramonte, a metà del Trecento, ennesimo centro di potere per una delle famiglie più in vista della Sicilia dell’epoca. Giunti nell’isola a seguito dei condottieri Normanni, nell’XI secolo, i Chiaramonte avevano accumulato patrimonio e potere ed erano talmente ricchi e influenti da poter dettare legge in ogni settore. Anche nell’architettura: palazzi e castelli di loro proprietà, e non solo quelli, vennero realizzati con uno stile originale che ancora oggi viene detto "gotico - chiaramontano".
Perché Manfredi Chiaramonte abbia scelto quel luogo impervio per il suo nuovo castello, profondendo nella sua costruzione una quantità enorme di uomini e mezzi, quando disponeva già di altre residenze, resta un mistero. E tuttavia, vedendolo così austero e imprendibile, arroccato nella sua solitudine maestosa, e soprattutto quando si nota l’ampiezza del panorama che si domina da quassù, si intuisce che questo castello non poteva essere costruito diversamente, né in un altro luogo: è come se fosse il riflesso del suo signore, forte e indiscutibile. Era un simbolo, una dimostrazione della vittoria sull’uomo e sulla natura.
Il castello è aperto al pubblico che può visitare la sala grande (detta “dei baroni”, perché vi si riunirono i baroni siciliani che, sotto la guida dei Chiaramonte, avevano deciso di opporsi alla famiglia reale spagnola); la cappella, dove ancora sono visibili sbiadite tracce di affreschi trecenteschi; le segrete, le scuderie e alcuni ambienti privati, fra i quali un minuscolo spazio triangolare nel quale, secondo la leggenda, un signore del castello rinchiuse le sue tre sorelle, murandole vive perché attendessero caste il suo ritorno dalla guerra. Il nobiluomo, però, calcolò male i tempi della propria assenza, e le provviste si esaurirono prima del suo rientro al castello, sicché le tre disgraziate morirono di fame: i loro spettri si aggirano per il castello, ovviamente, insieme a un buon numero di altri fantasmi.
I Chiaramonte non rimasero a lungo proprietari del superbo maniero: appena un anno dopo la morte di Manfredi (1391), il suo erede Andrea, che ne aveva proseguito la politica contraria al re, fu decapitato a Palermo, di fronte al fortilizio dello Steri, anch’esso di proprietà della famiglia, e tutti i beni furono confiscati.
Dopo essere passato di mano in mano, il castello con il suo feudo pervenne a Don Cesare Lanza (1549) e rimase di proprietà della famiglia fin quasi alla fine del Novecento. In realtà, però, gli ultimi abitanti stabili se ne andarono via già nel 1603. In seguito il castello fu destinato per un periodo a carcere e infine abbandonato, e per questo motivo nessun intervento ha manomesso il suo aspetto medievale, restaurato poi al principio del Novecento proprio per volontà di uno degli ultimi proprietari.
Visite: Sabato e domenica 9 - 12; ingresso 3 euro; info: 0934 961111
Nota: (testo: chris j. raeli > foto: francesco alaimo)