Quinto appuntamento con il mondo affascinante del dialetto siciliano:
a far da Cicerone la ricercatrice di tradizioni popolari Sara Favarò
“Vinni la primavera - li mennuli su ‘n ciuri - a mia ‘n focu d’amuri - lu cori m’addumò” (è venuta la primavera - i mandorli sono in fiore - a me un fuoco d’amore - il cuore m’incendiò), canta la prima quartina di “Si maritau Rosa”, un famoso canto folcloristico siciliano della prima metà del secolo scorso.
E quale migliore mezzo se non le canzoni per esprimere il risveglio primaverile della natura ed anche dei sensi?
Canti per veicolare messaggi d’amore, così come le attùrne, ossia le serenate eseguite la sera, sotto il balcone di una donna.
È tutt’ora possibile, in alcuni paesi, sentire dei complessini suonare, nottetempo, qualche “ballabile” ed anche intonare canti amorosi.
L’attùrna viene “portata” la sera prima del matrimonio per augurare una buona sorte ai novelli sposi e, talvolta, anche al rientro del viaggio di nozze.
La partitura seguente è il frammento di un tango eseguito da un’orchestrina che si riuniva, fino ad una ventina di anni addietro a Vicari, in provincia di Palermo, presso l’abitazione di Nino Floria. Tale gruppo musicale, così come tanti altri nei vari paesi siciliani, si dilettava ad eseguire musiche da ballo nei sònari (feste di ballo in casa) ed anche a purtari attùrna. Musica che, nella quasi totalità, prendeva spunto da motivi di canzoni che si ascoltavano in radio e nei dischi in vinile a 78 giri.
Luogo deputato alle scelte d’amore era la chiesa. Fino agli anni Trenta del secolo scorso, usualmente, le ragazze non uscivano di casa, se non per andare “a Messa”. E mai da sole, ma accompagnate.
In chiesa alle ragazze e alle donne erano destinati gli spazi della navata centrale, gli uomini affollavano quelle laterali.
Le sedie non erano già disposte sul pavimento, ma ammonticchiate vicino al fonte dell’acqua benedetta. A loro guardia c’era u siggiaru (il responsabile delle sedie), che quasi dovunque era il sacrestano, e a chi intendeva assistere seduta/o alla funzione, non rimaneva che pajaricci (pagargli) la sedia.
I maschi schietti, (celibi o single come si dice nell’Italia inglesizzata), non si sedevano, e non per risparmiare i soldi, ma per avere una visione migliore. Stando in piedi potevano scrutare dall’alto la navata centrale, affollata di donne da marito. Era così che tra un “Pater noster” e un “Amen”, trovavano connubio sguardi e future promesse d’amore.
“Ite, missa est”, solennizzava il parroco, mentre emozioni e fremiti libravano leggeri nel cielo dell’amore.
U jornu d'a missa
Un jornu iu mi nni ii a la missa
e idda stissa l’occhiu mi scacciò
allura iu subbitu mi ci abbicinai
e m’assittai ‘nta la seggia ch’era ddà.
Era misu tisu tisu
viu a lu siggiaru chi stennea la manu
mi votu e dicu: “Dinari ‘un ci nn’è”.
Mi votu e dicu: “Dinari ‘un ci nn’è”.
Allura iu ii p’assittarimi
ii p’assittarimi e la seggia ‘un c’era cchiù.
Lu siggiaru scilliratu
mi l’avia livatu c’onn’avè paiatu.
M’allavancai mi struppiai
‘na risata si nni fici la mia bella Mei
oh chi fiura chi fici Cocò.
Oh chi fiura chi fici Cocò.
Portu ‘n testa di cinc’anni stu
cappeddu granni capi a tutti banni
li scarpi vecchi c’on servinu cchiù.
Li scarpi vecchi c’on servinu cchiù.
A brazzettu a la me zita
sangu di la crita n’haiu a fari vita
Oh licca mecci vattinni di cca.
Oh licca mecci vattinni di cca.
Oh licca mecci vattinni di cca.
Il giorno della messa
Un giorno io sono andato a messa / e lei stessa mi fece l’occhiolino / allora io subito mi avvicinai / e mi sedetti sulla sedia che era là.
Ero messo teso, teso / vedo il guardiano di sedie che stendeva la mano / mi giro e dico: “Denari non ce n’è”. / Mi giro e dico: “Denari non ce n’è”.
Feci per sedermi / feci per sedermi e la sedia non c’era più. / Il guardiano di sedie scellerato / l’aveva levata perché non avevo pagato.
Caddi per terra mi feci male / una risata fece la mia bella Mei / oh che figura che fece Cocò. / Oh che figura che fece Cocò.
Porto in testa da cinque anni questo / cappello grande che entra ovunque / le scarpe vecchie che non servono più. / Le scarpe vecchie che non servono più.
Sottobraccio alla mia fidanzata / sangue delle creta ne devo fare vita / oh lecca stoppini vai via da qua. / Oh lecca stoppini vai via da qua. / Oh lecca stoppini vai via da qua.
Testo: Sara Favarò
Nota:
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