Sesto appuntamento con il mondo
affascinante del dialetto siciliano: a far
da Cicerone la ricercatrice di tradizioni
popolari Sara Favarò
“A spusa maiulina nun si godi la cuttunina”, ovvero: la sposa di maggio non si gode la trapunta. Una cuttunina che non deve intendersi soltanto nella semplice traduzione testuale, ma il cui significato va inteso in modo estensivo, e che si riferisce all’intero corredo.
Monito simile ci giunge da un altro proverbio: “La zita agustina nun si godi la cuttunina; la zita maiulina nun si godi mustu e mancu racina”
(la fidanzata d’agosto non si gode la coperta; la fidanzata di maggio non si gode mosto e neppure uva).
Questo il nefasto messaggio di due antichi proverbi siciliani, che predicono disgrazie per le spose di maggio e di agosto.
E poiché nell’antichità i proverbi erano spesso considerati come sentenze inappellabili, era molto difficile che qualcuno disubbidisse alla massima popolare, anche se non se ne conosceva il motivo.
Le motivazioni del divieto affondano le loro radici nella storia, e più precisamente all’epoca romana. Allora, nel calendario di maggio, erano previste delle celebrazioni in onore dei morti: “Lemuria” o “Lemuralia”. I romani riservavano ai loro avi defunti riti che duravano per diversi giorni. Durante la ricorrenza i templi venivano chiusi ed erano vietate le celebrazioni nuziali.
Chi disubbidiva al divieto lo faceva nella convinzione che la sposa non si sarebbe potuta godere “la cuttunina” per il semplice motivo che sia a maggio che ad agosto c’è in Sicilia piuttosto caldo e non si usa la trapunta. Per i più smaliziati la sposa di maggio non si può godere né mosto e neppure uva, semplicemente perché il mosto e il vino seguono la raccolta dell’uva, che avviene alcuni mesi dopo.
Oggi ci si sposa in qualsiasi mese, e nessuno crede più alle maledizioni riservate alla sposa che osa disubbidire agli antichi proverbi. Tuttavia sarebbe bene sconsigliare agli sposi il mese di agosto, e non per l’antica profezia, ma per il caldo infernale cui, solitamente, soggiacciono gli invitati che, per partecipare al rito, sono costretti a sudare le proverbiali “sette camicie”.
Nonostante le “Lemuria”, il mese di maggio era dedicato dai Romani alla dea Maia, una delle sette Pleiadi figlie di Atlante e di Pleione, madre di Mercurio, che personificava il risveglio della natura. Maggio era, e resta, il mese delle rose e dell’amore, ed anche se in quel mese molte delle nostre antenate non si sposavano, di certo preparavano il loro cuore a farlo.
E quelle che non erano fidanzate? A cosa avrebbero dovuto prepararsi? Di sicuro a trovare uno sposo. E se le possibilità scarseggiavano? Niente paura. Il mese successivo ricorreva la festa di un santo che, in materia di matrimonio era considerato dal popolo veramente miracoloso: S. Antonio.
Era a lui che le “zitelle” rivolgevano con fede la seguente “preghiera”:
Sant’Antoniu miraculusu
Sant’Antoniu miraculusu
facitimi truvari un beddu carusu
né massaru, né lagnusu.
Centu liri vi l’ha dari
abbasta ca mi faciti maritari.
(Sant’Antonio miracoloso - fatemi trovare un bel ragazzo - né troppo lavoratore, né ozioso. - Cento lire ve le devo dare - purché mi facciate sposare).
Nota:
Testo: Sara Favarò