E frutto di tale genio è certamente il teatro greco di Siracusa che venne costruito nella Magna Grecia nel V secolo a.C., lo stesso secolo felice in cui nacque all’Umanità la “ grande triade attica”, Eschilo, Sofocle, Euripide, i più grandi drammaturghi del mondo antico, in una parola, il Teatro. E di certo nessuna concessione fece al Caso l’architetto Damocopos che lo progettò: pensato esattamente perché destinato a nascere in quel luogo, sul colle Temenite, sotto quella luce, da cui l’arco del porto e l’isola di Ortigia cominciano ad offrirsi alla vista, esattamente in quel punto d’incontro delle energie contenute nell’otre di Eolo: perché avesse proprio quel riverbero, quella capacità di restituire i suoni, perché potesse dare quella forza all’immaginazione. Fatto con quelle pietre, eccelsa espressione dell’architettura teatrale e della tecnica scenica, è il mirabile risultato di un ampliamento di un primo armonioso incuneamento, in un’insenatura naturale creata dalla roccia nel punto in cui l’altipiano dell’Epipoli guarda verso la costa, che Ierone commissionò su un progetto di Agatocle, nel III secolo a.C. La cavea si estende su un diametro di 138 metri ed ha la capacità di accomodare 15.000 spettatori; i secoli ci hanno consegnato solo 46 dei 61maestosi ordini di gradini che in origine lo incoronavano.
Dunque da una sapiente ferita nella roccia nacque il Teatro Greco di Siracusa, con una ampiezza sul fronte di 35 metri chiusa ai lati da pareti perfettamente perpendicolari; crebbe dall’edificio scenico e dall’orchestra avvitandosi verso l’alto fino a creare la concavità del koilon. L’ordine superiore delle gradinate è separato da quello inferiore dal diazoma, un vasto ambulacro sulla cui cornice Ierone fece eternare i nomi delle divinità e di alcuni membri della sua famiglia, prezioso ausilio, quest’ultimo, per la collocazione cronologica dell’opera e dei successivi interventi. All’epoca di Ierone appartiene la realizzazione di un camminamento scavato sotto l’orchestra cui si accede da una piccola gradinata dal palcoscenico e che culmina in uno stanzino sotterraneo; si tratta delle “scale carontee” che consentivano inopinate scomparse o apparizioni degli attori:il teatro non ha mai saputo rinunciare alla magia.
Esistono ancora le tracce di una fossa per il sipario e quelle di ciò che molto probabilmente sorreggeva una piccola scena mobile, irrinunciabile deus ex machina, pardon, apò mekanés theòs. La cavea è sormontata da una terrazza, anch’essa ricavata dalla roccia,protetta da portici che potevano accogliere gli spettatori in caso di intemperie,cui si accedeva da una lunga trincea detta “Via dei Sepolcri”a causa della presenza lungo le sue pareti di edicole votive e sepolcri incastonati nella roccia; dietro alla terrazza è una grotta artificiale detta “ Ninfeo”, dedicata alle Muse.
Sembra che la famosissima tragedia “ I Persiani” di Eschilo abbia visto proprio su queste pietre la sua prima messa in scena e nel 476 a. C. vi furono rappresentate “ Le Etnee”, scritte per commemorare la fondazione di Etna (Catania) da parte di Ierone I L’Etneo.
Nel 1526 la parte superiore delle gradinate e l’edificio scenico furono inghiottite dall’ottusa necessità delle truppe al seguito di Carlo V che trovarono quei blocchi di pietra ideali per le fortificazioni che intendevano erigere intorno ad Ortigia. Il teatro era ormai abbandonato e isolato dall’area abitata che si era concentrata nell’isola di Ortigia. Verso la fine dello stesso secolo un nobile signore del luogo, tale marchese Pietro Gaetani, fece riattivare l’acquedotto che raggiungeva la sommità del teatro e diversi mulini sorsero sulla cavea, dove ancora si trova la “ casetta dei mugnai”. Contestualmente fu avviata una campagna di scavi che si ripetè nei primi anni dell’Ottocento con Francesco Saverio Landolina; l’attività e l’attenzione degli archeologi e del mondo accademico furono pressocché ininterrotte, ma i momenti più significativi si ebbero con Bulle, subito dopo la grande guerra e con Carlo Anti subito dopo il secondo conflitto mondiale.
Furono infine la ripresa delle rappresentazioni di teatro classico grazie all’iniziativa dell’INDA (il 16 aprile del 1914 vi fu rappresentato “Agamennone” di Eschilo) e l’istituzione del Parco Archeologico, negli Anni Cinquanta, a riportare definitivamente “in vita” il teatro di pietra abbandonato per secoli sotto il cielo di una terra che tutti vogliono ma che pochi hanno la forza di amare.
Un teatro nasce dalla necessità più elevata che abbia mai spinto gli uomini alla costruzione di un’opera, la voglia di imitare la vita terrena e di raggiungere quella celeste: origine della tragedia greca fu il ditirambo, il veemente canto corale dedicato al dio del vino e della gioia, il più divino fra gli dei perché così vicino all’umano e, se sei nato per questo, le pietre di cui sei fatto sapranno per sempre commuovere chi le sta calpestando. Per tutto questo ed indipendentemente da tutto questo il teatro greco di Siracusa conserva ai propri visitatori la sua prima essenza: quella di un tempio consacrato ad un dio trasgressivo che seppe riconquistare attraverso i suoi cortei orgiastici un ordine “altro”, dove l’umanità vive appieno la grandezza della propria anima. (
anna gelsomino)