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 Quando ai fidanzati non era consentito sedersi accanto

Territorio

Ottavo appuntamento con il mondo affascinante del dialetto siciliano: a far da Cicerone la ricercatrice di tradizioni popolari Sara Favarò

 

C’era un tempo, non molto lontano dal nostro, in cui ai fidanzati non erano consentiti tanti “lussi”, come:

- uscire insieme da soli,
- stare seduti uno accanto all’altro,
- abbracciarsi e, figuriamoci, baciarsi.

I giovani lettori penseranno che parliamo di centinaia e centinaia di anni addietro, ma non è così. Quelli che hanno visto trascorrere sulle loro spalle un quarto di secolo potranno chiedere alle loro nonne che, sicuramente, gliene daranno conferma.

Fino alla prima metà del secolo scorso i fidanzati dovevano seguire un rigido protocollo comportamentale che, almeno ufficialmente, non ammetteva deroghe, salvo poi il vecchio detto: Quannu u jattu ‘un c’è i surci abballanu (quando il gatto non c’è i topi ballano).

E ballando ballando, capitava anche che qualche matrimonio avvenisse con la sposa, incredibilmente, incinta. Nasciu di setti misi (è nato di sette mesi), dicevano genitori e parenti a conoscenti e “amici” che “compiaciuti” da tanto prodigio, infierivano con le domande: Comu fu? (come è stato?), Stannu boni, matri e figghiu, o su’ malati? (stanno bene, madre e figlio, oppure stanno male?), U picciriddu è normali o è troppu nicu? (il bambino è normale o è troppo piccolo?).
E quando il nascituro decideva di venire alla luce ancora prima dei sette mesi? Be’, quello era proprio un evento straordinario della natura!

“Mondo è stato e mondo sarà, per tutta l’eternità”, recita un vecchio detto.
Una canzone popolare “Lu monacu scappuccino”, documentata a Roccapalumba, in provincia di Palermo, nell’ambito del progetto di mia ideazione “Un viaggio nella fantasia nella Valle del Torto e dei Feudi”, narra di un fidanzato che, per riuscire ad incontrarsi con la sua fidanzata ammalata, s’introduce a casa sua travestito da monaco.  Giuseppe Pitrè nella sua raccolta Canti Popolari Siciliani, oltre un secolo fa, riportava un canto proveniente da Palermo, che ha la quartina iniziale molto simile a quella di Roccapalumba.


Lu monacu scappuccinu
Tuppi tuppi cu è ‘retu sta porta?
Tuppi tuppi cu è ‘retu sta porta?
è lu monacu scappuccinu
tirituppiti e lariulà
è lu monacu scappuccinu
ca voli la limosina.

Tiniti la limosina e jitivinni
tiniti la limosina e jitivinni
tirituppiti e lariulà
tegnu la figghia bella chi è malata.

Diciticci si si voli cunfissari
diciticci si si voli cunfissari
tirituppiti e lariulà
ca la cunfessu ièni e cu stu curduni.

Oh figghia oh figghia ti vo’ cunfissari?
oh figghia oh figghia ti vo’ cunfissari?
Tirituppiti e lariulà
c’è lu monacu scappuccinu ca ti cunfessa.

Rapiti li barcuna e li finestri
rapiti li barcuna e li finestri
ca è Ninettu miu
tirituppiti e lariulà
ca chistu è Ninettu miu e m’ama tantu.


(Tuppi, tuppi chi è dietro la porta? / Tuppi, tuppi chi è dietro la porta? / è il monaco scappuccino / tirituppiti e lariulà / è il monaco scappuccino / che chiede l’elemosina // Prendete l’elemosina e andatevene / prendete l’elemosina e andatevene / tirituppiti e lariulà / ho la figlia bella che è malata. // Chiedetele se si vuole confessare / chiedetele se si vuole confessare / tirituppiti e lariulà / che la confesso io e con questo cordone. // Oh figlia oh figlia ti vuoi confessare? / Oh figlia oh figlia ti vuoi confessare? / Tirituppiti e lariulà / c’è il monaco s-cappuccino che ti confessa. // Aprite i balconi e le finestre / aprite i balconi e le finestre / che è Ninetto mio / tirituppiti e lariulà / che questo è Ninetto mio e m’ama tanto).



Nota: (sara favarò)



 
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