L'altare del Santuario di Ficarra, una finestra sul tempo.
Ci piacerebbe descrivere ogni piccolo angolo, ogni cortile, ogni singola scalinata del suo centro abitato.
Così medievale in ogni sua pietra, Ficarra, vitale cittadina arrampicata sui Nebrodi a 450 mt. slm, ci sorprende ad ogni curva, per poi suggerirci nuovi itinerari che partono, puntuali, dalle sue piazze.
Ficarra è davvero un luogo piacevole, lindo e ordinato, scoppiettante di mille iniziative, come se tutta la vitalità siciliana si rispecchiasse in questo presepe di case, chiese, conventi e castelli, una summa di tutta l’architettura trecentesca (ma non solo) che si può trovare tra questi monti ammantati di boschi e foreste.
Ficarra, che si raggiunge facilmente dall’autostrada Messina/Palermo, nasconde tanti preziosi, che si tratti del dettaglio architettonico o dell’enorme, bellissimo, vuoto lasciato dal convento dei 100 archi, i cui pilastri e le volte curve sul nulla sembrano un merletto intessuto per lo sguardo e per i voli a capofitto degli uccelli.
Ma il sole a Ficarra si riflette in modo particolare sul portale in bronzo del santuario, un edificio del Trecento costruito dai Normanni su una preesistenza araba e certamente molte volte rifatto, soprattutto a causa dei forti terremoti che qui hanno sollevato la terra tra il Quattrocento e il Seicento. Già la facciata che prospetta sulla piazza Santa Caterina ci racconta molte storie. Rifatta nel 1700 (c’è tanto di firma “Nicola e Domenico Lanza ex rupe me fecit ,1700”), è un capolavoro degli scalpellini che nella pietra arenaria hanno inciso tutta la simbologia della fede cristiana. Poi l’interno, tra le cui pieghe si svelano i tesori che vi invitiamo a scoprire.
Il più importante è la bella statua in marmo che raffigura l’Annunciazione, una bellissima immagine della Madonna che reca, sulla base, la firma “A.G.” (sigla che collega ad Antonello Gagini); alla sinistra della Vergine lascia stupiti il tabernacolo - gaginiano - in cui era preservata l’ampolla contenente il sangue sgorgato dal viso della Nostra Signora nel corso delle sue miracolose lacrimazioni (ampolla trafugata nel 1978); ancora, molta della nostra attenzione è distolta dalla dolcissima Madonna della Neve, al quarto altare della navata di sinistra, o dalla statua dirimpettaia, anch’essa effigie della Vergine.
Eppure, non c’è paliotto antonelliano (alla navata di destra) che richiami più del bellissimo altare maggiore. Non è un capolavoro di marmi mischi, o di stucchi in gesso (come la cappella dell’Annunziata): è un altare piccolo, squadrato, in pietra arenaria. Ma la sua parte esterna, quasi certamente risalente al Quatrocento, è un trompe l’oeil di grande fascino.
Si tratta di tre parti tenute insieme da finte architetture che sorreggono lo stesso altare e che - almeno così si dice - rappresentano nella parte paesaggistica la vista che si godeva dall’interno della chiesa guardando le tre porte che un tempo si aprivano sulla Ficarra del XV secolo.
Così, le palme della sezione centrale dovevano sorgere in quella che oggi è piazza Santa Caterina, proprio come ancora oggi alla destra si scorge il quartiere che potrebbe essere lo stesso del dipinto, solo un po’ più affollato di tetti.
Insomma, un’istantanea di un momento di cinque secoli fa, con l’acqua di sorgente a scorrere fresca dove oggi si snoda il ciottolato delle strade che conducono, inevitabilmente, alla teorie di fontane che si susseguono lungo il fiumiciattolo oggi interrato. Una finestra sul tempo, è il caso di dire, che supera ogni confine percettibile, aprendo le tre navate che ci separano dal sagrato ad un universo che oggi possiamo solo immaginare.
Nota: (testo: emilia gatti > foto: alessandro tornambé)