Che i siciliani, pure quelli dell’interland, amino il mare è cosa risaputa. E come non potrebbero?
Il mare circonda la regione che, fino a quando il ponte resterà sulla carta, continuerà a rimanere Isola!
“Isola in un mare di luce”, come diceva uno spot pubblicitario. Isola circondata dall’acqua eppure così assetata, come direbbero i tanti paesi, ed anche città, che ancora oggi sperano di potere vedere scorrere l’acqua, giornalmente e in modo continuo, dai rubinetti.
Ritornando al mare e alle splendide spiagge siciliane, mentre gli uomini, da sempre, hanno potuto giovarsi dello splendore di spiagge come quella di Mondello, non era così per gli animali che dovevano invece accontentarsi di altri lidi, quelli per intenderci dove si immergeva il popolo e non la “noblesse”.
Quando parliamo di animali non ci riferiamo a quelli domestici, ma alle greggi di pecore e alle bestie utilizzate dagli uomini per i duri lavori dei campi.
Gli armenti erano condotti al mare soprattutto in due occasioni: per l’Ascensione e alla fine raccolta del grano. A Palermo, come attestato in documenti della fine del XIX secolo, nella notte della “Scèusa” (Ascensione), gli allevatori scendevano dal “Cassaro” e conducevano gli animali al mare. Giunti lì, davano vita alla singolare manifestazione del “lavaggio sacro”, inteso come rito di purificazione, dato che anche il mare, così come tutte le acque della Terra, in quella notte miracolosa era stato benedetto dai Santi.
Giuseppe Pitrè, nel suo libro “Spettacoli e feste popolari siciliane”, riporta una pagina del giornale “L’amico del popolo” del 26 maggio 1876, in cui un certo mastru Filippu racconta: “Fannu sta cosa pirchì cridinu ca li pecuri e li crapi chi si portanu a mari e si fannu lavari ‘ntra la notti di la Sceusa, si sunnu malati ci passa la malatia, e si sunnu boni, nun hannu scantu di cadiri malati” (Fanno ciò perché credono che le pecore e le capre che si portano a mare e si fanno lavare durante la notte dell’Ascensione, se sono ammalate guariscono, e se sono in buona salute, scongiureranno il pericolo di ammalarsi).
L’estate era tempo di “ricreazione” anche per gli animali, muli soprattutto, che dopo le fatiche imposte dalla raccolta del grano, e in modo particolare la “pisatina”, avevano proprio bisogno di una “bella lavata” a mare.
La “pisatina” consisteva nel fare pestare ai muli il grano appena raccolto ed ammassato sull’aia. Giravano i muli sotto il sole cocente, ora in un senso ora nell’altro, per evitare alle povere bestie rovinosi capogiri. Le spighe pestate venivano poi “spagghiate”, cioè liberate dalla paglia con un tridente di legno o di ferro, che i contadini usavano sollevando in aria le spighe. Tanta fatica, tanto sudore e tanta polvere copriva i corpi di uomini e animali che solo il mare avrebbe potuto rinfrescare e tonificare.
Da ogni dove i contadini si dirigevano verso i litorali. Giunti nei “lidi”, i contadini affittavano delle stanze vicine alla spiaggia. Sarebbero rimasti al mare almeno per una settimana! Chi prima arrivava, meglio alloggiava. C’era chi aveva la fortuna di trovare una stanza con stalla annessa, ma c’era chi riusciva ad affittare solamente la stalla, ma anche in questo caso, niente paura! Uomini e bestie avevano diviso la fatica: ora avrebbero spartito divertimento e alloggio!
E proprio alle pecore i bambini dedicavano una filastrocca. Ad Alia si cantava:
Mmè, mmè, mmè,
tutti li pecuri fannu mmè
e lu latti di la crapa
mènnula attustata.
Passa San Giuvanni
stenni li panni
panni e pannizzi
gioia li trizzi
li trizzi ‘ncannulati
viva la viva l’Immaculata.
L’Immaculata appi un fi’
si chiamava Sarvaturi
misericordia Signuri.
(Mmè, mmè, mmè, / tute le pecore fanno mmè / e il latte della capra / mandorla tostata. / Passa San Giovanni / stende i panni / panni e intrecciati /gioia le trecce / le trecce a candela / viva viva l’Immacolata. // L’Immacolata ebbe un figlio / si chiamava Salvatore / misericordia Signore).