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 Natale Slow Food

TerritorioL'idea che vorremmo proporre agli acquirenti dei cesti natalizi è quella di avvolgere nella carta sfrigolante i "gioielli" della nostra isola.




 

Il periodo natalizio, sotto il quale si riassume l’intero mese di dicembre, è quel tempo in cui si cominciano a vedere nei negozi i classici cesti ripieni di ogni ben di Dio, cesti che brillano di carta trasparente e riccioli anti-urto, e il cui profumo “funziona” molto meglio di un qualunque aperitivo.
Questi cesti, piccoli, piccolissimi, grandi e grandissimi, in genere contengono le migliori delikatessen disponibili sul mercato, tra cui formaggi olandesi, vini trentini, panettoni piemontesi (o quasi), con un contorno di torroncini e amaretti in grado di rinnovare l’unità d’Italia ad ogni morso.
Che ben vengano, certo. Ma, nulla volendo togliere alle bontà sopra ricordate, un dubbio è lecito sollevarlo: perché mai dovremmo trasformarci in esperti delle gastronomie altrui prima ancora di fare la conoscenza del tesoro che questa Isola custodisce tanto gelosamente da millenni?

      

Niente togliendo al gusto del panetùn, non vi sembra che il mannetto di Castelbuono sia un dolce altrettanto meritevole di brindisi natalizio?
L’idea che vorremmo proporre agli acquirenti dei cesti natalizi, infatti, è quella di avvolgere nella carta sfrigolante i “gioielli” della nostra isola, il cui profumo e il cui gusto, oltre a non avere alcunché di “inferiore” rispetto ai più famosi prodotti toscani o laziali, hanno un “di più” che non è possibile sostituire: un richiamo quasi genetico alla nostra storia, alle nostre tradizioni, un’eco che siamo in grado di avvertire quasi fosse un richiamo ad ultrasuoni che solo la nostra anima riesce a percepire.

Quindi, al posto del formaggio olandese, ci piace segnalarvi la Vastedda del Belìce, la Provola delle Madonie e quella dei Nebrodi, il Ragusano o il Maiorchino, formaggi che renderanno felici anche i palati più “snob”.
Ma non solo. Un vasetto di capperi di Salina, un sacchetto di fagioli Badda, uno di lenticchie di Ustica e, perché no, uno di pistacchi di Bronte saranno accolti alla stessa stregua di “oggetti preziosi” da esporre come il servizio buono da tavola.
È vero, parliamo dei prodotti diventati, per bontà e importanza, presidi Slow Food, e solo chi non li ha mai assaggiati può pensare che non ci sia alcuna differenza tra un limone Interdonato e uno comprato al supermercato!
In un ipotetico cesto da esporre accanto al presepe noi ci vediamo fare una gran figura anche il pane di Lentini, o quello di Castelvetrano (non preoccupatevi per la “freschezza”: questi sono pani cotti a legna, che si conservano a lungo), e come decorazioni ci piacerebbe trovare qualche aglio rosso di Nubia e qualche cipolla di Giarratana: i loro colori solo davvero molto natalizi!
Non possono mancare i dolci. Per quanto siano buoni gli amaretti, niente soddisfa il palato con più sorpresa dei cuddrireddra di Delia!

Anche la frutta potrebbe trovare un suo spazio: il melone purceddu di Alcamo più è maturo più è dolce. Non a caso i buongustai lo conservano fino a dicembre, per mangiarlo il giorno di Natale!
La frutta secca, un must delle tavole in festa, di certo non manca.
Oltre ai pistacchi già menzionati, ci sono le mandorle di Noto, altro che quisquilie!
Un cesto che contenga anche una parte di questi prodotti è un omaggio certamente gradito.
Si potrebbe obiettare che non sempre è facile (anche per questioni di tempo) trovare i prodotti menzionati, ma, a parte il fatto che è sufficiente fare una telefonata ai produttori per sapere dove è possibile acquistarli, si potrebbe sostituire il “pezzo”più difficile con prodotti tradizionali, circa 150 sparsi in tutto il territorio (e moltissimi di questi presenti nei supermercati), il cui elenco è facilmente reperibile su internet (ad esempio, sul sito www.saporiegustidisicilia.com).


Nota: testo di Maria Lohman



 
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