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 L'altopiano del Carbonara

Natura




"Qui regnò il cane Argo"

  L'altopiano carsico e le doline  Il tronco del rovere secolare di Piano Imperiale

Un gattopardo di Palermo, il principe Raniero Alliata di Pietratagliata, amava dedicarsi, oltre che alle sterili scienze occulte, di moda tra i nobili di fine Ottocento e inizio Novecento, anche alle scienze naturali. La sua passione in campo naturalistico erano gli insetti e per aggiungere rari esemplari alla sua estesa collezione si spingeva a volte fino alle alte cime delle Madonie, allora poco frequentate e raggiungibili con molte ore di cammino. La fatica degli appassionati entomologi era ripagata da una straordinaria varietà di insetti, alcuni dei quali oggi annoverati tra i gli endemismi siciliani. Un lepidottero ben noto delle Madonie è la Parnassius apollo subsp. siciliae, farfalla esclusiva delle alte quote, facile da incontrare sull’altopiano del Carbonara perché la sua rarità è collegata soprattutto alla ristrettezza dell’areale. Le piante che ospitano la larva di questa farfalla appartengono al genere Sedum e crescono tra le rocce. Altra farfalla molto bella è la Cleopatra (Gonepteryx cleopatra), dalle ali mimetiche verde e giallo, che ricorda, quando posata, una foglia appena ingiallita. La Cleopatra è una farfalla longeva che a volte riesce a superare l’inverno, allo stadio adulto, rifugiandosi tra le rocce da cui esce fuori solo in occasione di sole caldo. Il principe avrebbe sicuramente apprezzato anche uno splendido cerambice, il Morimus asper, color grigio con sfumate macchie nere sulle elitre, incontrato tra le rocce nei pressi del Bivacco Scalonazzo. Gli adulti della famiglia dei Cerambycidae si nutrono di linfa, polline e tessuti vegetali, mentre le larve sono xilofage (si nutrono di legno) e per diversi anni scavano gallerie nel tronco degli alberi. Probabilmente per questa specie sono importanti i tronchi enormi e spesso cavi degli aceri secolari che crescono isolati tutto intorno al rilievo del Carbonara. Insetti meno conosciuti e meno studiati sono i neurotteri predatori del genere Raphidia, dalle ali membranose simili a quelle delle libellule e la testa sospesa su un protorace allungato. Sembra che le larve dei Raphidia vivano cacciando insetti sotto la corteccia degli alberi. Altri neurotteri cacciatori, ancora più simili alle libellule, appartengono al genere Libelloides. Le loro ali sono grandi, in parte trasparenti e in parte colorate di bianco o di giallo, le antenne sono lunghe e clavate.

  Coralli mesozoici  Minuartia verna  Geranium pyrenaicum

La maggioranza degli insetti è erbivora e frequenta i fiori in cerca di polline. I pascoli di quota del Carbonara in estate sono caratterizzati dai fiori gialli disposti in ombrelle della Cachrys ferulacea, il cosidetto “basiliscu”, ombrellifera che domina dove la faggeta non riesce ad insediarsi per l’esiguità del suolo. Questa pianta, insieme all’Astragalus nebrodensis e ad altre piante (Euphorbia myrsinites, Cerastium tomentosum, Phleum ambiguum e Artemisia alba), forma una associazione vegetale detta Cachryetum ferulaceae. Il basiliscu è apprezzato soprattutto dai raccoglitori di funghi per l’ottimo e pregiato Pleurotus nebrodensis, il cui micelio necessita delle radici di queste piante. Il fungo è adesso inserito nella lista IUCN delle specie minacciate dall’eccessivo prelievo. La prateria fiorisce soprattutto in primavera anche con geraniacee, come il Geranium pyrenaicum dai fiori blu, cariofillacee a fiore bianco come Minuartia verna e Cerastium tomentosum e con diverse crucifere. Molto piccoli, meno di due millimetri di diametro, sono i fiori del “nontiscordardime” (Myosotis sp.) che, insieme alle Viola sp. e ad altre piccole piante del genere Valeriana, colorano con discrezione le creste più alte tra le profonde e numerose doline dell’altopiano. Nei fianchi delle doline, in corrispondenza dell’accumulo di sufficiente suolo, crescono fitti e contorti arbusti di faggio all’ombra dei quali incontriamo la Scilla bifolia, una liliacea.

  La Pamassius apollo  Fossili mesozoici

La presenza delle doline ci riporta alla geologia e al carsismo di questo altopiano. Osservando le rocce grigio chiare, si notano numerose e varie forme fossili tra cui si riconoscono coralli, spugne, gasteropodi e altri organismi che appartengono ad una cenosi simile a quelle che attualmente ritroviamo nelle scogliere coralline. è l’ambiente marino in cui si sono formati e depositati, durante il Mesozoico, i sedimenti carbonatici che costituiscono le rocce dell’altopiano. Le rocce carbonatiche sono solubili e, una volta emerse dal mare per movimenti tettonici, subiscono un lento processo di smantellamento ad opera delle acque meteoriche con la formazione di doline, pozzi, inghiottitoi e risorgenze. In un massiccio carsico come il Carbonara l’acqua piovana tende a non scorrere in superficie, ma a scomparire nel sottosuolo percorrendo vie sotterranee e riaffiorarando dalle sorgenti di bassa quota quando non direttamente sotto il livello del mare. Le evidenze esterne più spettacolari del processo di dissoluzione del massiccio sono le doline dell’altopiano, alcuni pozzi profondi, accessibili solo con attrezzature speleologiche e gli inghiottitoi che si trovano ai suoi margini. Una delle doline del Piano della Principessa è sufficientemente profonda e fresca da far sì che la neve che si accumula al suo interno non si sciolga alla fine dell’inverno, ma perduri per quasi tutta l’estate. Percorrendo questo altopiano capita sempre più spesso di incontrare i cinghiali o di trovare le evidenze del loro passaggio con i massi rivoltati e la terra smossa alla ricerca di tuberi e radici. Sulle cime del Carbonara, oltre ad un gruppetto di daini liberati qualche anno fa, pare vi siano un grande numero di capre che sono riuscite ad abbandonare gli ovili per adottare un’esistenza selvaltica. Gli anziani tramandano che un tempo annosi esemplari di faggio crescevano sull’altopiano e che la maggior parte sono stati segati e trasportati a valle nel corso delle due guerre mondiali. Esistono ancora, arruginiti e sparsi sul versante settentrionale ed occidentale del massiccio, spezzoni di grossi cavi di teleferica utilizzata per il trasporto del legname. Su Pizzo Scalonazzo una tomba ricorda la figura del cane Argo, compagno fedele di un assiduo escursionista di questi luoghi. Alla morte del cane il padrone volle erigere in suo ricordo la lapide in marmo con lettere in bronzo che comincia con “Qui regnò Argo...”.


SCHEDA TECNICA

Accessi principali: da Piano Battaglia (sud), per un sentiero che sale a Pizzo Scalonazzo. Da qui, ad est, si vede la lapide per il cane Argo e a Nord la cima del Pizzo Carbonara. Oppure si raggiunge il Piano della Battaglietta, quindi si risale il Vallone Zottafonda e si prosegue per Piano della Principessa; da Isnello (nord), percorrendo la Valle Trigna, e raggiungendo a piedi l’ultimo marcato delle Madonie si prosegue verso sud est per Piano Lungo, oppure per la Valle Pelata fino alla cima del Carbonara; da Castelbuono (nord-est), si può salire a Piano Semprìa e salire ancora per Piano Pomo e Cozzo Luminario. Ci si può anche spingere a Croce dei Monticelli e proseguire sull’altopiano del Carbonara o lungo la Valle Pelata fino alle cime.

Cima più alta: Pizzo Carbonara m 1979

Dislivelli: da Piano Battaglia m 350; da Isnello (C. Faulisi) m 1350; da Castelbuono (Rif. Crispi) m 800

Tempi di cammino: da Piano Battaglia 2 ore; da Isnello (C.Faulisi) 6 ore; da Castelbuono (Rif.Crispi) 4 ore


Nota:
Pubblicato su Sikania - Numero 228 Ottobre 2005

testo
Giuseppe Ippolito

foto
Silvia Bello
Giuseppe Ippolito



 
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Re: L'altopiano del Carbonara (Voto: 0)
di Anonimo Venerdì, 13 luglio @ 16:02:31 UTC
molto interessante.






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