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 Viaggio ad Ovest Alcamo & Co (parte seconda)

Monografie



Anche se non sono più freschissimi, ci sono ricordi di letture fatte - a volte subite - tra i banchi di scuola che tornano, tra queste colline, come veri e propri deja-vu. Inconsapevoli, fulminei, ma perfettamente in sintonia con il panorama. Così, alla vista di certi chiavistelli arrugginiti, di enormi catenacci dalle fogge preistoriche, o di certi buchi di serratura tanto grandi da farci pensare con fatica a quanto pesante dovesse essere la chiave, ecco che ritorna alla mente la figura fantastica di Mastro Don Gesualdo, il personaggio verghiano che della “roba” e dell’attaccamento ad essa aveva fatto la sua ossessione. Mastro Don Gesualdo si muoveva ad Est, noi siamo ad Ovest, ma i catenacci sono gli stessi, l’attaccamento alla roba è la stessa, e la paura della gelata pronta a rovinare il lavoro di un intero anno ha paralizzato i contadini di queste colline come quelli delle pendici etnee.
Una paura che, visto quello che abbiamo davanti agli occhi, non riusciamo a giudicare eccessiva, anzi…

 Campagna alcamese

Siamo tornati nelle campagne alcamesi, tra le sue colline che digradano morbide verso il mare.
Perché, oltre a tutto quello che abbiamo visto nella puntata precedente di questo nostro viaggio ad Ovest, c’è molto, molto di più. Come se, dopo aver scoperto l’aspetto pubblico di queste strade e di questi orizzonti, adesso ci si svelasse quello privato, quello più sommesso. Ma non per questo meno “gustoso”.
Quelle che si stanno per disegnare nel nostro diario di viaggio, infatti, sono le vie del vino dell’Alcamo Doc.
E già, oltre alle bellezze architettoniche delle costruzioni sacre, oltre alle bellezze naturalistiche delle riserve naturali e di una costa che sembra uscita dal più fantastico depliant pubblicitario, il territorio alcamese vanta anche l’incredibile produzione di un vino che si è guadagnato l’ambito titolo della Denominazione di Origine Controllata. Be’, guardando la bellezza di questo mondo, è ovvio che il suo nettare sia così speciale.
Ovviamente, per entrare meglio nello spirito di questo “approfondimento”, vi consigliamo come compagno di viaggio (solo per chi viaggia… leggendo!) un buon bianco di queste colline, magari bello fresco e nel suo giusto calice (il bicchiere fa molto più di quanto possiate pensare).
Stappato il nostro compagno, ecco che la strada ci conduce fino al Castello di Calatubo (dall’uscita per Alcamo sulla A29, imboccare la provinciale per Alcamo Marina fino alla statale 187; da qui - siamo in territorio di Balestrate - si raggiunge nuovamente la provinciale per Alcamo che da Villa Chiarelli conduce fino al castello), solitario maniero che ancora resiste aggrappato sulla cima di una rocca che chiude il panorama verso il mare. Nonostante sia tutto un crollo, Calatubo ha un fascino entusiasmante. Non perché nasconda tra le sue pietre dirute una storia lunghissima, ma perché sta ancora lì, ché sembra venuto su dalla terra come un fungo gigantesco, da solo nel mezzo del nulla. Eppure, osservando con più attenzione, non è vero che attorno a  lui ci sia il niente. Ci sono le incredibili colline a righe di vigneti e a scacchiere di uliveti, colline che ora si sbiancano di rocce calcaree, ora si adombrano di argilla, oppure arrossiscono di sabbia. Sopra questa tela già di per sé colorata cresce un arcobaleno di prodotti. C’è il giallo del frumento e il verde delle fave; c’è l’ambra dei grappoli d’uva e l’argento degli ulivi; c’è il rosso sgargiante dei papaveri e l’arancio delle margherite; c’è il bianco della zagara che buca il verde scuro degli agrumeti, così testardi e massicci sui loro tronchi corti e forti da fare a gara - quasi braccio di ferro - con le pietre che tracciano invisibili confini. E c’è il rosso porpora e l’arancio solare dei fichidindia, vessilli delle terre riarse e faticose, ma compagni - dolci e preziosi - di ogni nuovo sorgere del sole che ha illuminato la faccia dei contadini che da secoli, millenni, qui hanno iniziato una nuova giornata di lavoro.

  Un angolo di paradiso tra uva e masserie  Alle pendici del Castello di Calatubo

Ecco, è questo quello che sentiamo essere questa campagna. è la memoria di tutta la storia contadina dell’Isola, prima con le sue coltivazioni a cereali, e il Calatubo era la fortezza chiamata a difendere il “carricatore del Vallone”, il porto commerciale tra Alcamo e Castellammare attraverso il quale le granaglie lasciavano la Sicilia per le innumerevoli mete mediterranee, poi con i feudi e le ville baronali che segnano uno dei momenti più tristi della storia contadina: le costruzioni in pietra ad una sola stanza che si rincorrono lungo tutto il territorio testimoniano della povertà in cui versava la manovalanza, costretta a vivere in questi spazi angusti, spesso insieme con le bestie da pascolare. Poi ancora con il latifondo e il passaggio alla monocultura (le vigne o gli ulivi) che rese indispensabile la residenza in loco dei braccianti. è in questo tempo - siamo nell’Ottocento - che si costruiscono le masserie, i casali che sono, come dicevamo all’inizio, i testimoni più sinceri della vita quotidiana di una Sicilia che, per fortuna, non è ancora scomparsa del tutto.
Sono queste masserie, tutte, quelle più conosciute e quelle meno famose, che costellano questi percorsi, a partire dal Baglio della Fico del Barone Pastore, alle spalle del Calatubo, tra i più importanti esempi di architettura rurale dell’intera regione, con il corpo principale che si affaccia sulla corte con i suoi due piani (il primo piano nobile e il secondo per la servitù) e con le case a schiera dei contadini che guardano al lungo corpo di fabbrica in cui si svolgeva la lavorazione del vino. Di fronte, i frantoi e i magazzini per i cereali. Il Baglio Ferrinciotti e le Case Valdibella lungo la strada per Camporeale, nel territorio in cui si incontra anche la bellissima Villa della Marchesa, sono solo alcuni dei luoghi che bisogna visitare, senza dimenticare, ovviamente, le tante cantine che si susseguono, tutte disposte a dare il proprio “benvenuto” ai visitatori, amanti del bianco o del rosso che siano (tutte le informazioni possono essere chieste all’Associazione Strada del Vino Alcamo Doc - corso VI Aprile, n° 16 - tel./fax 0924 25008 - www.stradadelvinoalcamodoc.it - info@stradadelvinoalcamodoc.it). Tra queste botti, c’è il vino giusto per ciascuno di loro!
Poco oltre Alcamo, procedendo verso San Vito Lo Capo, lo sguardo si infrange a sinistra contro Monte Barbaro. Selvaggiamente bello tutto il paesaggio, che sboccia di fiori dai colori diversi a seconda della stagione. Proprio nel mezzo della vegetazione più selvatica, su quella che sembra solo una semplice altura ammorbidita da cespugli, ecco il tempio di Segesta, dal colore del sughero, tanto che a vederlo dalla fugace curva dall’autostrada sembra un modellino costruito in questa landa desolata per riempire un po’ gli spazi vuoti.
Ma quello che ci sembrava un modellino, tanto piccolo non è! Anzi, al contrario, è gigantesco: l’altura è una collina e quei cespugli sono alberi e vegetazione varia ben cresciuta.
E il tempio non è che l’antipasto di questa escursione nell’antica città - pare di origine Elima - che continua a riservare sorprese agli archeologi. Cominciando a raccontare di questo luogo proprio da questo partenone siciliano, bisogna dire che la sua incredibile unicità sta nel fatto che è un tempio costruito secondo l’architettura greca in una città che greca non era, oltre alla curiosità che questo tempio non è mai stato completato: il tetto manca non perché è crollato, ma perché non è mai stato costruito, e le colonne doriche non hanno le classiche scanalature perché… non sono state finite. Il motivo di questa improvvisa interruzione non è chiaro, e le ipotesi che si sono fatte sono talmente tante che non vale nemmeno la pena discuterne. Si sa per certo solo che la costruzione iniziata intorno al V secolo a.C. fu interrotta bruscamente. Ma gli ingegneri ante-litteram che tirarono su questa enorme costruzione dovevano essere veramente straordinari: nonostante i 2.500 anni di età, il tempio non ha praticamente subito danni.
Un’altra particolarità del tempio (“provata” sulla nostra pelle) è che sembra attirare quasi con ferocia i raggi del sole. E se questo fatto regala straordinarie emozioni al tramonto e all’alba (fantastico!), durante la canicola estiva è bene resistere al richiamo di cotanta bellezza: meglio riposare all’ombra di qualche carrubo e ammirare il tempio a distanza…
Altra tappa obbligata è il teatro, capace di ospitare -ovviamente quando era in attività - circa 4.000 spettatori, anch’esso, come quello di Siracusa, custode di una grotta naturale all’interno della quale sgorgava una sorgente ritenuta sacra, una grotta indubbiamente frequentata fin dall’Età del Bronzo. E dopo aver visitato gli estremi di questa cittadella, ecco il villaggio in cui si susseguono, stratificati, insediamenti preistorici, elimi, ma anche romanici, musulmani e normanno-svevi, proseguendo via via fino alle tracce di epoca medievale. Così, a sorvegliare le antiche rovine del bouleuterion, sede delle riunioni del consiglio di città costruito tra il II ed il I secolo a.C., la piccola chiesa del Monte Barbaro, costruita dai contadini nel 1442 sui resti di un edificio sacro (XII-XIII secolo) molto più grande, entrambi comunque pavimentati quasi sicuramente con pezzi del pavimento a mosaico proprio del bouleuterion.
Sulla cima dello stesso monte, quello che viene chiamata “il castello”, ovvero il palazzo signorile (XIII secolo) di cui resta solo il piano terra, con tutti gli annessi e connessi, dalle latrine fino alla legnaia, passando per i saloni di rappresentanza. Tutto questo, compresi i pavimenti in cocciopesto, sono venuti alla luce quasi improvvisamente solo nel 1989.

  Segesta l'anfiteatro  Segesta il tempio

L’importanza di questa città, comunque, dovette essere davvero grande. E questo lo si intuisce dal suo sistema di fortificazione, ossia da quello che oggi è noto con il nome di Porta di Valle, quell’insieme di mura e torri erette a difesa della porta, chiusa definitivamente intorno al III secolo a.C. proprio per l’impossibilità di rendere inaccessibile questo varco. Le torri vennero adibite a magazzini per le armi, tant’è che al loro interno sono stati ritrovati oltre un centinaio di proiettili per catapulta. Tutta questa zona venne poi riutilizzata nel I secolo d.C. quale frantoio per le olive.
L’area archeologica può essere visitata tutto l’anno dalle 9 alle 19. Ingresso euro 4,50, gratuito per i cittadini della comunità europea di età inferiore ai 18 anni e di età superiore ai 65 anni. Informazioni tel. 0924 952356.
Dopo aver fatto questa full-immersion nella storia antica, un po’ di leggerezza e di sollazzo ci vuole proprio. Quindi, senza farci intimidire dai nomi di certi piccoli - e caratteristici - paesini che bisogna attraversare (come Purgatorio, poche case distese su un paesaggio dantesco, uno spettacolo davvero strabiliante soprattutto quando il caldo fa “evaporare” le immagini davanti a noi), ecco che si giunge… in paradiso!
Parliamo di San Vito Lo Capo, della sua costa che cade a picco sul mare dal lato di Monte Cofano e della sua spiaggia alla fine del corso principale, una spiaggia meravigliosa e bianchissima, larga e bagnata dal mare più trasparente che abbiate mai visto.
San Vito è una festa tutto l’anno. Bar e pub e pizzerie e ristoranti si alternano a piazzette, slarghi, angoli in cui ritrovarsi, proprio di fronte al mare, oppure nei pressi di chi ha fatto della granita e del gelato la propria
missione.
Diciamo subito che qui questi alimenti freddi sono strepitosi, così come è sempre possibile mangiare frutta fresca di stagione, il cui gusto non ha pari (sarà anche merito del panorama?), ma quello che colpisce di più è il mare.
Quello sabbioso del paese, ad esempio, ha il colore trasparente dell’acqua di fonte, con riflessi di zaffiro o di smeraldo a seconda dei raggi del sole. Ed è magnifico lasciarsi andare sulla spiaggia, mentre il vento porta via tutto il calore in eccesso e svolge, contemporaneamente, un’azione nebulizzatrice con l’acqua di mare. Diciamo che questi sono due degli ingredienti che garantiscono un’abbronzatura perfetta. Attenzione, comunque, ad evitare le ore del mezzodì… Fatevene una ragione: bisogna prendere coraggio e mettersi un po’ all’ombra, magari sotto qualche palma che verdeggia tra le strade del paese.
Chi invece non gradisce la sabbia qui ha solo l’imbarazzo della scelta. Iniziamo dalla costa lungo il versante di Monte Cofano. Sono decine le calette raggiungibili (quasi tutte solo a piedi, e alcune non senza qualche difficoltà) dalla strada statale e, una volta messo piede su questi ciottoli tondi, non ci sarà motivo che possa convincervi ad abbandonare la postazione!
Non c’è rumore, il vento non è fastidioso, nessuno vi può tirar sabbia sulle membra oleose di creme e ambre solari. In più, il mare. Pulito, profondo, con la possibilità di raggiungerlo dopo un bel tuffo o semplicemente camminando sui ciottoli che dalla riva digradano dolcemente, dando - così - la possibilità di fare amicizia con la temperatura dell’acqua che, a volte, è tanto frizzante da far sentire le sue “bollicine” sulla pelle.
Signori, un bagno nel mare di questa costa è assolutamente rigenerante!
Però, non si può certo stare in ammollo 24 ore su 24! Così, un po’ prima del tramonto (questo è l’orario che vi consigliamo, se non altro per mettervi in salvo dall’assalto famelico delle zanzare) è bene indossare i vestiti più carini e farne sfoggio lungo la via Arimondi o Bixio o via Dante, le strade più colorate di San Vito che terminano proprio in spiaggia. Qui fare le “vasche”, ossia percorrere la strada prima verso il mare e poi nel senso contrario, è quasi un dovere, non fosse altro che per prendere visione dell’ampia scelta di ristoranti, trattorie e pizzerie che il centro abitato offre.
Senza dimenticare anche un paio di piccoli gioielli che devono essere visitati: il Santuario di San Vito e la cappella di Santa Crescenzia. Il primo è il luogo di culto attorno al quale crebbe il paese al santo dedicato, un luogo fortificato nel 1545 proprio per difendere i tanti pellegrini che giungevano fino a qui (fin dal 1200) per rendere omaggio alle spoglie del giovane Vito, morto in questa terra insieme con la nutrice, Crescenzia. A lei è dedicata la cappella nei pressi della torre che si erge a picco sulla baia di Makari. A proposito di torri e di Makari. Tutta la zona è punteggiata da torri di avvistamento, sorte qui proprio per permettere una migliore difesa contro i pirati (e molte di esse furono costruite nella seconda metà del Cinquecento dall’architetto fiorentino Camillo Camilliani) e, seguendo questo speciale percorso, si finisce per incrociare gli splendidi borghi di Makari e Castelluzzo, famosi il primo per il suo impareggiabile panorama, il secondo per i suoi uliveti.
Visto che siete on the road, non perdetevi una puntatina al faro di San Vito: romantico come è d’obbligo per ogni faro che si rispetti, e maestoso, con i suoi 43 metri di altezza e la sua luce che fende il buio della notte fino ad oltre venti miglia marine. E tutt’attorno al suo filo di luce, milioni e milioni di stelle.


Nota:
testo
Emilia Gatti

pubblicato su Sikania - N. 238, Agosto/Settembre 2006



 
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