L’analisi computerizzata scopre un mistero nell’Annunziata
di Antonello da Messina e porta alla ribalta internazionale
le professionalità del Centro regionale di Restauro

Noi siciliani siamo presuntuosi. Va bene, lo sappiamo, lo sapete. Ma siamo anche bravi, davvero. Possiamo contare su professionalità che si muovono dove i riflettori della ribalta non arrivano, ma che - là dove conta - sono riconosciute. Che orgoglio! Noi siciliani siamo presuntuosi, è vero. Ma quando ci entusiasmiamo, quando ci appassioniamo, la presunzione viene fatta tacere dalla voglia, dalla passione, dalla serietà professionale che, unita alla fantasia tutta siciliana, raggiunge quella linea invisibile che divide la bravura dalla genialità (lo abbiamo detto che siamo presuntuosi…). Ebbene, tutto questo panegirico voleva annunciare nel modo più “siculo” possibile quella che per noi è stata una scoperta, ma che, in effetti, da oltre dieci anni funziona alla grande con straordinari riconoscimenti “pratici”. Parliamo delle “trovate” del Centro Regionale del Restauro che, ancora una volta, sorprende con il suo lavoro, sempre condotto con estrema umiltà e riservatezza, fino a quando le sue scoperte non sono così eclatanti da arrivare alla stampa. Ecco che qui si accendono i riflettori, e professionisti che da dieci anni sgobbano in silenzio per conservare il “nostro” patrimonio culturale si ritrovano circondati da microfoni e giornalisti che ronzano come moscerini attorno alla lampadina.
«Effettivamente tutta questa notorietà improvvisa mi coglie di sorpresa», confessa Giuseppe Salerno, medico radiologo di chiara fama che da qualche settimana si ritrova al centro di mille attenzioni grazie alla sua idea: effettuare la tomografia assiale computerizzata (TAC) delle opere d’arte. E grazie a questa sua trovata si è scoperto che l’Annunziata di Antonello da Messina nasconde un mistero. Dietro il volto delicato e ieratico della Vergine, si nasconde il disegno di un’altra Maria, decisamente meno raffinato, ma pur sempre una traccia che potrebbe raccontare una storia diversa del capolavoro.
«A dire la verità, non è proprio una nuova “trovata”, perché le prime tac a dipinti su tavola le ho fatte nel 1996… o forse era il 1998… non ricordo. Mi ricordo, però, che stavamo discutendo al Centro di Restauro con il direttore Guido Meli su come approfondire un’indagine radiologica che mi lasciava perplesso, e proposi di fare una tac. Meli mi chiese se avevo notizie di altre tac effettuate su opere d’arte ma, facendo qualche ricerca, mi accorsi che nessuno mai l’aveva fatto. Il discorso si chiuse lì, ed io mi misi a lavorare - nel mio tempo libero - pensando a come si poteva fare. Poi venne il tempo di analizzare il sarcofago di Federico II, e due straordinari ingegneri della VILLA Software misero a punto, insieme con qualche mio suggerimento, la tecnologia per effettuare l’esame. Da qui in poi ho sempre avuto a disposizione tecnologie incredibili: pensi a cosa serve per fare una tac al Caravaggio siracusano di 4 metri per 3 e capirà quanto sono all’avanguardia le macchine che uso a Palazzo Montalbo».
Questo interesse delle grandi aziende è puro mecenatismo o mero interesse economico?
«I software sono messi a disposizione gratuitamente, però pensi che solo sull’esame di Federico II, la VILLA ha collezionato nel giro di pochissimi giorni ben 47 articoli sulla stampa tedesca. Hanno ovviamente il loro ritorno in immagine, ma - nel frattempo; noi abbiamo avuto il nostro bel risultato. Come ricorderà, nel sarcofago di Federico II si è scoperto che c’è, oltre allo Stupor mundi, la sua amante e un altro re, una notizia che ha aperto molti interrogativi e molte curiosità».
E oggi Lei ci svela un nuovo mistero.
«Più che svelarlo, lo offro. E non solo io, ma tutto il team del Centro di Restauro che, almeno da quando lo frequento io - e sono dieci anni!-, ha sempre lavorato, oltre che con estrema cura e professionalità, con un entusiasmo che è quel “valore aggiunto” che ci permette di arrivare a questi risultati».
(emilia gatti)
Nota: Pubblicato su Sikania - Numero 242 Gennaio 2007