Tre piccoli paesi in particolare, Gibellina, Salaparuta e Poggioreale, furono praticamente rasi al suolo, come risucchiati dalla terra; le case, per lo più costruite in tufo, erano crollate senza scampo sotto i colpi sussultori del terremoto.
Se, tuttavia, dei primi due pressoché nulla è rimasto dei vecchi abitati, di Poggioreale residua ancora l’intero impianto urbano, gran parte delle abitazioni, delle chiese e degli edifici pubblici.
La nuova Poggioreale, costruita a partire dai primi anni ‘60, sorge, oggi, più a valle rispetto al vecchio abitato. Da qui esso appare ancora integro, quasi come se nulla fosse mai accaduto, scrigno di sofferenza e di rimpianto. Non era difficile, pertanto, sino a qualche tempo fa, muovendosi tra le strade ed i vicoli, tra i cortili e gli androni della vecchia Poggioreale, vedere qualche anziano apparire e scomparire - come fosse un fantasma anch’egli - tra i palchi del piccolo teatro sventrato, seduto agli angoli delle strade, perduto tra i ruderi, fuggito dallo smarrimento e dal senso di solitudine che promana dal nuovo.

All’ingresso di quello che resta della vecchia Poggioreale - o meglio del “paese fantasma” di Poggioreale - sul fianco di uno dei palazzotti nobiliari che prospettano sull’elegante asse viario principale, campeggia tra le macerie di ruggine, sopravvissuto all’abbandono, un grande cartello pubblicitario su cui si legge ancora «CAMPARI»: emblema e paradosso allo stesso tempo, ché campari in dialetto siciliano vuol dire vivere, badare a se stessi, sopravvivere. Quel cartello, invece, si apre sul nulla, su di una strada che non porta da nessuna parte ove sia la vita. Ferita tra le macerie, essa percorre soltanto i resti delle rovine dove ancora perfettamente decifrabile è l’intreccio urbano tra abitazioni, cortili, vicoli, strade, chiese, palazzi nobiliari e il pregiatissimo teatro. Resti chiaramente leggibili, che fanno apparire ancora questo paese nei suoi contorni urbani e nella definizione degli spazi e che perciò, ancor di più, aprono uno squarcio doloroso nella memoria storica di Poggioreale.
Passeggiare tra quei ruderi, in quelle stanze sature di silenzi e profondissime solitudini, accarezzate da un vento leggero che fa sì che tutte le cose prendano vita e vibrino sotto i nostri occhi, diviene un’esperienza eccezionale ed emozionante, animata da memorie e ricordi che divengono, improvvisamente, anche i nostri, coinvolgendoci a pieno in un’atmosfera di sogno. Oggi, infatti, come detto, sono ancora perfettamente visibili quei luoghi in cui la vita quotidiana degli abitanti del piccolo paese si svolgeva serena, dalle botteghe semidistrutte, alle abitazioni con i propri ambienti di cui tuttora è possibile intuirne l’arredamento; fino alla scuola, all’interno della quale si possono ancora vedere seggiole e banchetti ridotti in macerie.
Il vecchio centro urbano - fondato da Morso Naselli nel 1642 - era un impianto a scacchiera regolare, popolato fin dall’antichità ed identificato come centro elimo; sul vicino Monte Castellazzo, infatti, sono state rinvenuti tracce di insediamenti indigeni del IV secolo a. C.
Il nuovo paese sorge, invece, intorno alla piazza Elimo, progettata dall’architetto Paolo Portoghesi.
Particolarmente interessanti, la Cappella del santo patrono Antonio da Padova, opera di Franco Purini e la stessa Piazza Elimo, una struttura che ricalca schemi classici; nelle immediate vicinanze del nuovo abitato, i bagli Cautali, di Bonfalcone e Ravanusa e, nei pressi del fiume Belice, un antico mulino ad acqua.