 | In cerca del coccio perduto |

È tutto appeso ad un filo. Anzi, è tutto appeso ad un reperto archeologico, anche piccolo, anche se è un solo, semplice frammento. A lui è legato il futuro del Val di Noto e, per essere più precisi ancora, a questo piccolo coccio è legato lo sviluppo delle provincia di Siracusa e Ragusa.
Perché? Perché succede che ad un anno dal nostro primo articolo sulla “rovina” del distretto siciliano del barocco (vedi Sikania n. 234 – aprile 2006), ad un anno e più dall’inizio delle perforazioni della petrolifera texana Panther Oil proprio in questo distretto, la guerra tra società civile e politica regionale/Panther registra fino ad oggi la sconfitta, battaglia dopo battaglia, di chi da oltre trent’anni lavora sodo per trasformare il Sud-Est siciliano in quel triangolo di produzioni doc e bellezze protette dall’Unesco che tutti conosciamo. La trivellazioni “esplorative” a soli due chilometri dalla bellissima Noto non sono state annullate, e sono riprese più intensamente che mai. Tutto questo anche senza il permesso dei proprietari delle terre coinvolte: da quelle parti ci si sveglia la mattina e, dietro l’orto o l’agrumeto, ecco gli uomini in elmetto e con l’accento straniero a fare buchi nel terreno senza chiedere niente a nessuno. E lo possono fare. Perché l’art. 6 della Legge Regionale n. 14 del 2000, quella che disciplina ricerca e coltivazione degli idrocarburi nel territorio siciliano, dice testualmente: I proprietari o possessori dei fondi compresi nel perimetro del permesso o della concessione non possono opporsi alle operazioni di prospezione, ai lavori di ricerca ed ai lavori necessari per la coltivazione e sfruttamento del giacimento (…). Inoltre, nella premessa del disciplinare si specifica che la concessione comprende anche il diritto a costruire, esercire e mantenere un sistema, parziale o completo, di serbatoi e di condotte (…). Tale sistema può comprendere, fra l’altro, le stazioni di spinta iniziale o intermedie e i relativi serbatoi, macchinari annessi, le condotte principali e secondarie. Il tutto è valido per l’area concessa, denominata “Fiume Tellaro”, ovvero 747 Kmq. Ovvero il Val di Noto, o Distretto culturale del Barocco, o Distretto del Sud-Est. Torniamo al nostro coccio. La Provincia Regionale di Siracusa, insieme con tutta la società civile da anni mobilitata per impedire lo scempio di trivelle e gasdotti nella splendida campagna che fu Magna Grecia, ha chiesto l’intervento della Soprintendenza per bloccare l’avanzata di tubi e perforatrici. La Soprintendenza sta effettuando sopralluoghi nella speranza di trovare un “segno”, un oggetto che possa giustificare l’Alt! alla Panther. Perché è con la Panther che si parla, non certo con gli uffici competenti, ossia con la Regione Siciliana. Perché? Perché la Regione non risponde. Nemmeno una parola, un cenno, un colpo. Niente. Nada de nada. Così, il silenzio di chi può disporre a suo piacimento del territorio siciliano (in materia, l’autonomia della Regione è piena e totale), si trasforma in assenso alla distruzione di uno dei patrimoni siciliani inseriti nella World Heritage List dell’Unesco. Il tempo a disposizione della Soprintendenza sta finendo. Se il coccio non si trova, è finito anche il sogno biologico ed eco-compatibile della Sicilia dell’Unesco, di Montalbano e dei prodotti Doc. A meno che la Regione non ritrovi il senno perduto.
Nota: Pubblicato su Sikania n° 245 - aprile 2007
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