Così Omero dice di Venere e della sua cintura che potrebbe benissimo essere caduta sulla Terra a stringere la vetta di un colle e, qui, aver seminato tutti i suoi incantamenti.
Il colle, a questo punto, non può che essere Monte San Giuliano. Qui, “Venere, dall'alto della sua vetta, l'Erice, lo vide (Plutone, il dio degli Inferi) che ancora vagava, e stretto a sé il suo alato figliolo disse: Armi mie e mani mie, figlio, strumento della mia potenza, prendi quelle frecce con cui vinci tutti, o Cupido, e scagliane una veloce nel petto del dio a cui è toccato in sorte l'ultimo dei tre regni …” (Ovidio, Metamorfosi, libro V - 360- 368), decretando in un momento la sorte del dio delle tenebre, di Proserpina, della madre Cerere, colei che fece dono del grano agli abitanti dell'isola Trinacria, e di un'altra città, anch'essa a giocar con le nuvole nel cuore più alto dell'isola.
Qui, su questo monte che porta il nome del re che nacque per volere di Afrodite e di Nettuno, tutto si riconcilia e trova fondamento: la bellezza e l'immensità convivono stretti in un unico sguardo, infinito e sublime oggi come nel giorno in cui Venere Allevava quì il suo piccolo Cupido
Erice è davvero una cittadina straordinaria. Non soltanto per i suoi luoghi più famosi (il castello normanno già tempio di Venere, le sue torri, il balio), ma per tutto il suo insieme: vicoli e nebbia, mura antiche e inimmaginabili panorami in cui si perde la linea dell'orizzonte, da quassù curvata a raccontarci di distese infinite di mare e di cielo che spesso si congiungono con uno stesso colore. Laggiù il mare squadrato di sale, e il mulino, gigante dalle tante braccia chiamato a proteggere quest'oro antico che, prima di essere scoperto, era soltanto l'estremo baluardo in difesa di questa rocca, adesso meta dei popoli mediterranei giunti fin qui per adorare la bella dea.
Racconta Tucidide (500 a.C.) che “dopo la caduta di Troia (1183 a. C.) alcuni troiani arrivarono in Sicilia dal mare con le loro navi, e iniziarono ad abitare vicino ai Sicani. Questi li chiamarono Elimi: le loro città furono Segesta ed Erice”. E in questa città, secondo Virgilio, Enea seppellì il padre Anchise.
Ma non furono solo Tucidide e Virgilio a cantare la bellezza del posto. Omero, Teocrito, Polibio, Orazio e molti altri non seppero resistere all'incantamento del monte dedicato alla dea dell'amore e della bellezza.
Loro come tutti i popoli che qui si succedettero. Ma sia i Fenici - tra l'VIII e il V secolo a.C. - che i Cartaginesi - nel III secolo a.C. - non vennero meno al culto cui era dedicato il monte. Questi, anzi, ne potenziarono il mito (per loro era Astarte, divinità fenicia dell'amore lussurioso) e ne fortificarono il luogo, costruendo una cinta muraria ad ovest ancora oggi a tratti esistente.
Poi ci furono i Siracusani (IV secolo a.C.) e gli Ellenici (III secolo a.C.), ma i Cartaginesi, dopo anni di battaglie e di assalti, riuscirono a riconquistare la loro città sacra. La difesero a lungo anche contro i Romani nel corso della prima guerra punica che si concluse con la vittoria del romano Lutezio Catulo.
Gli abitanti di Roma, però, ben altre mire avevano, e poco si curarono di questo gioiello. Pur mantenendovi il tempio dedicato alla Venere Ericina, piano piano abbandonarono la città che iniziò il suo primo periodo di decadenza. Lo storico Edrisi, un secolo dopo l'anno Mille, descrive “una montagna enorme, di superba cima e di alti pinnacoli, difendevole, ripida. Al sommo di essa stendesi un territorio pianeggiante da seminare, abbonda l'acqua. Havvi una fortezza che non si custodisce, né alcuno vi abita…” Per tornare a leggere il suo nome negli antichi documenti, infatti, bisogna aspettare gli Arabi che, chiamandola con il nome di Gebel al-Hamed, lasciarono testimonianza della bellezza paesaggistica del luogo e del fatto che la ritenevano particolare per le naturali doti difensive.
Ibn Gubajr, viaggiatore arabo-spagnolo, descrive nel 1185 un borgo collegato ad un castello normanno con un ponte, abitato da cristiani. Questo è il borgo ricostruito dal re normanno Ruggero II sulla vecchia Erice elima, ma non si chiama Erice, bensì Monte San Giuliano, un nome che mantenne fino al 1936.
Tornando al XII secolo, la prosperità del luogo non durò a lungo e molta parte in questo lento ma inesorabile declino ebbe la cacciata degli ebrei in conseguenza dell'editto del 31 marzo del 1492. Delle loro botteghe resta comunque traccia lungo il corso Vittorio Emanuele, botteghe che tornano a vivere all'interno delle scenografie allestite per la Settimana Santa.
È bello visitare la città in qualunque periodo dell'anno. Ed è sempre come vivere un sogno ad occhi aperti.
Non c'è traffico, né rumori fastidiosi. Si sentono gli uccelli e l'aria profuma di terra bagnata e di mare. Non è grande Erice, e la sua pianta urbana - un perfetto triangolo equilatero - ne permette il giro completo senza fatica.
Come quello fatto una domenica pomeriggio, d'inverno, quando sul monte San Giuliano fa freddo. Ma quello che è apparso davanti agli occhi di chi scrive è straordinario: dai vicoli acciottolati iniziava a serpeggiare, bassa, una lingua di nebbia, come se proprio dietro l'angolo che chiudeva lo sguardo fosse Merlino che, con le sue formule magiche, avesse risvegliato il respiro del drago…
Siamo a Porta Trapani, l'accesso principale alla città. Da qui seguiamo corso Vittorio Emanuele, con la teoria delle antiche botteghe medievali sulla destra. I palazzi La Porta e Platamonte prospettano con tutta la loro bellezza sei-settecentesca, poi la chiesa dedicata a sant'Antonio da Padova e la piazza del mercato, la piazza San Martino con il convento e l'omonima chiesa che potrebbe risalire al 1339, ma forse anche ad un tempo più lontano. Bellissima con la sua pianta a croce latina e le sue tre navate delimitate da colonnine tuscaniche, con un notevole coro ligneo del Seicento e la statua di San Martino a Cavallo, mentre straordinaria è la statua trecentesca di Maria SS. Della Luce.
Imboccata la via Provenzali, scendiamo per i gradoni della vanella che porta fino a via Chiaramonte e all'omonimo palazzo duecentesco, oltrepassiamoil convento dei Francescani (XV secolo) e la chiesa, più vecchia di un secolo, dedicata ai SS. Rocco e Sebastiano. Superata la piazza Umberto, imbocchiamo la via Guarrasi dove i palazzi Bulgarella, Fontana e Pucci ci ricordano quali opere d'arte siano le architetture del Settecento e del secolo successivo. Oltre al monastero teresiano, svoltiamo per via Carvini e da qui scendiamo fino in via Rabatà e ai resti delle mura e delle sedici torri oggi osservabili (erano 25 nel XVII secolo); tra queste, la torre del 1312, oggi campanile della Madrice, costruita nella prima metà del Trecento per ordine di Federico d'Aragona e dedicata successivamente alla Vergine Assunta.
L'interno, in cui si mischiano gli stili gotico-chiaramontano, rinascimentale e barocco, è suddiviso in tre navate ed è arricchito da una pregevole acquasantiera del Cinquecento, dalla statua della Madonna Assunta della seconda metà del Quattrocento e, nella cappella di San Giuseppe, da un raffinatissimo altare in marmo. La facciata, inframmezzata da un rosone, è impreziosita dal portale d'ingresso della struttura originaria, esattamente come quello che si apre sul lato sinistro. Nella facciata meridionale, inoltre, si possono ammirare nove croci di origine pagana provenienti dal tempio di Venere.
Adesso svoltiamo su via Chiaramonte girando a destra sulla gradinata che ci conduce fino alla chiesa di Sant'Alberto. A sinistra, seguendo la via S. Francesco, si arriva alla chiesa di Santa Lucia, in pietra come voleva il secolo in cui fu costruita, il Cinquecento. Ma più avanti ci aspetta la chiesa di S. Francesco, una delle poche aperte al culto, e, finalmente, il giardino pubblico costruito nell'Ottocento dal Conte Agostino Pepoli. Bellissimo, dal curioso nome di Balio, nome che gli venne dato perché sorto nel posto in cui officiava il magistrato che anticamente amministrava la giustizia, il Bajulo. È un luogo misterioso e straordinariamente affascinante dove i confini tra giardino e bosco si integrano e si confondono fino a disegnare visivamente ciò che Gheltrude Jekill ha mirabilmente descritto. Qui il visitatore sembra dover percorrere un percorso che potremmo definire “iniziatico”, fatto di labirintiche siepi di bosso, di statue dei padri della città e della fontana della Venere in direzione Ovest. Tutt'attorno troneggiano le ombrose vegetazioni boschive di lauri, querce e conifere che si diradano fino a scoprire il luminoso affaccio di levante, il Belvedere. Questo si allarga tra l'Obelisco di nord, forse anche allegoria del dio Pan, ed il Castello delle Torri a sud, probabilmente espressione fisica della presenza di Ercole che qui sfidò e vinse il re Erice. Un belvedere che si affaccia sul suggestivo bosco dei “runzi”, a querce e frassini, ove emerge l'incantevole Torretta Pepoli con il suo caratteristico coronamento a scacchi bianco e nero. Voltato lo sguardo, seguendo la strada, ecco, oltre la salita a gradoni tra le alte mura, il castello. La torre e, in basso, al centro, una porta aperta a metà. Davanti la nebbia che sale, alle spalle l'oscurità di un uscio fortificato.
Varcata la soglia, i bordi merlati delle mura si aprono al cielo azzurro, quel cielo che molti metri più sotto era precluso dalle nuvole, e, in basso, il mare rosseggiante del tramonto.
L'aria è frizzante e sembra di sentire i leggeri movimenti della vegetazione selvatica che cinge d'assedio le mura del castello, fortezza militare in cui si asserragliarono, secoli dopo la sua costruzione, gli Angioini scacciati dagli ericini insorti. Nel 1872 il conte Pepoli, amareggiato dall'abbandono in cui gravava il raro monumento, decise di porre rimedio e con le proprie tasche pagò le opere di fortificazione. Ciò che resta oggi, oltre a tutta la magia del luogo, è il cosiddetto “pozzo di Venere” dove, come cantano gli antichi poeti, prendevano il bagno le sacerdotesse della fenicia Astarte.
Venirci alle prime luci dell'alba oppure al tramonto e guardare il cambiamento dei colori della natura dipingersi tra il cielo e il mare è un'esperienza che si può definire mistica, tanto meraviglioso è il panorama che lascia senza fiato… È tempo di andare, di rituffarsi nella nebbiolina leggera che ha già conquistato il centro della cittadina.
Torniamo in città ripercorrendo la strada che ci ha condotti fino a qui e ritroviamo la piazza del mercato. Seguendo l'isolato della cinquecentesca “casa delle colonne”, si incontra la chiesa di S. Albertina degli Abbati e una teoria di case che si affacciano tutte sul tipico cortile in stile arabo, fino a qualche anno fa protagonista di una sfida all'ultima decorazione quando in città si gareggiava al cortile più bello. Più avanti, la chiesa di S. Giuliano, edificata da Ruggero II nel 1080 ma, ovviamente, rimaneggiata nei secoli più avanti. Al suo interno, la magnifica statua di San Giovanni Battista del Gagini.
Scorrendo le vie e le viuzze sulle quali prospettano palazzi e monasteri, si giunge fino al complesso di San Pietro, sede del Centro Internazionale di Cultura Scientifica “Ettore Maiorana”. È per questo centro che Erice è nota anche come “città della scienza” o della Pace, visto che qui, come è sempre stato nelle intenzioni del suo fondatore, lo scienziato Antonio Zichichi, da quarant'anni si alternano scienziati di tutto il mondo (ben cinquemila provenienti da oltre cento nazioni dagli anni Sessanta ad oggi), a mettere a disposizione dell'umanità le loro scoperte.
La nostra gita si conclude in piazza Umberto, cuore della città in cui si aprono il Municipio, la Biblioteca e il Museo “Cordici” che conserva reperti archeologici, tele dipinte tra il Seicento e l'Ottocento e un bellissimo gruppo marmoreo di Gagini.

Scorrazzando per Erice non è mancato di osservare alcune prelibatezze della cucina locale. Della pasticceria, per essere più precisi.
Qui, infatti, si possono gustare dei pasticcini alle mandorle tanto buoni che il solo ricordo fa venire l'acquolina in bocca. Sono piccoli capolavori morbidi e gustosi, guarniti ora con lo zucchero, ora con mandorle o con ciliegie candite cucinati secondo le antiche ricette di cui i pasticceri ericini conservano gelosamente il segreto.
Poi c'è la genovese, un altro capolavoro della pasticceria locale.
Come descriverla? Bè, è fritta, ma non si direbbe. È ripiena di crema e l'impasto è aromatizzato con il Marsala, un vino liquoroso che fa venire l'acquolina anche al più rigoroso degli astemi.
Un paradiso per la bocca, a braccetto con quello della natura che si allarga all'orizzonte. E dopo aver soddisfatto i piaceri della gola, eccoci agli oggetti dell'artigianato locale. Particolari i tappeti, chiamati “trappite”, coloratissimi, che qui vengono cuciti come vuole la storia stessa della tessitura e ottenuti intessendo piccoli frammenti di stoffa di tutti i colori possibili. Con lo stesso sistema, secondo un'arte imparata dai Normanni, vengono intessute le caratteristiche bisacce a ricami geometrici su fondo nero. E le ceramiche. Belle, colorate, uniche nel loro genere, riescono ancora oggi a riproporre accostamenti di colori azzardati e sorprendenti che ammaliano lo sguardo, che colpiscono l'attenzione, capaci di far innamorare all'istante. È il fascino dell'originalità aggiunta alla storia, della tradizione diventata cultura, della quotidianità resa preziosa dalla maestria di sapienti mani che si tramandano di generazione in generazione i trucchi del mestiere imparati dai progenitori greci. Oltre alle tradizioni, ovviamente, Erice è anche tanta cultura.
È necessario ricordare qui che ogni anno l'Associazione musicale Antonio il Verso organizza la settimana di Musica Sacra Medievale e Rinascimentale, un appuntamento con la cultura più alta seguito ed onorato da appassionati di ogni parte del mondo. D'altronde, è una emozione indescrivibile ascoltare il suono degli strumenti più antichi alzarsi tra navate ed absidi, preghiera in note che riecheggia in ogni anima. Altro luogo di grande fascino è la Galleria Civica d'Arte Contemporanea “La Salerniana”, nata dalla collaborazione tra l'omonima associazione culturale e il Comune: la prima ha fornito le circa novanta opere in esposizione permanente e continua a fornire la professionalità per l'organizzazione di mostre a caratura internazionale; il secondo gli spazi del PoloUmanistico. Uno sforzo in simbiosi che ha già iniziato a raccogliere i primi successi. Per visitare Erice, ogni momento dell'anno è buono.
Ma se si vuole cogliere ancora di più l'atmosfera rarefatta di un luogo che coniuga religione e paganesimo, storia e leggenda, non si può fare a meno di tornare qui durante alcune tra le ricorrenze più sentite dagli ericini.
Per esempio, durante la Settimana Santa quando, il Venerdì, lungo tutto il borgo medievale, sfila una processione che racconta per quadri (ogni anno vi partecipano decine di attori) la vita di Gesù. È una tradizione che si rinnova fin dalla metà del XVI secolo, ad eccezion fatta per le processioni delle casazze - bambini vestiti da angeli che accompagnavano gruppi di persone che recitavano su piattaforme momenti della Passione - e dei vattenti, uomini che si percuotevano il corpo dando vita ad uno spettacolo violento di cui oggi non sentiamo la mancanza. Altro appuntamento è quello con la Venere d'Argento, ogni anno tra agosto e settembre, che ci riporta ai riti pagani in onore della divinità ericina. È la rivisitazione del rituale volo delle colombe consacrate a Venere che da qui partivano (anagogie) alla volta del santuario oggi di El Kef, tra Tunisi e Cartagine, prima di far ritorno a casa della dea (catagogie). L'ultimo mercoledì di agosto iniziano i festeggiamenti del patrono, Maria SS. di Custonaci, una lunga serie di processioni e festeggiamenti che si arricchisco di tableaux vivents a soggetto mariano.