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 L'Eremo della Quisquina

Tesori nascostiUn gioiello d'erte sperduto in un deserto montagnoso


A circa quattro chilometri da Santo Stefano di Quisquina, a quasi mille metri di altitudine nel cuore dei monti Sicani, immerso in un fitto bosco di querce secolari, si erge l’austero Eremo della Quisquina evocante la leggenda della giovane santa Rosalia, che nel tempo è divenuto un importante centro di cultura, arte e vita monastica, ma, anche, luogo di episodi misteriosi e violenti. Coschin, termine di origine berbera, significa infatti oscurità, ombra, e rende perfettamente il senso di questo luogo incantato, affascinante dal punto di vista naturalistico e storico-artistico.

 
La statua di Santa Rosalia

Lungo la strada che collega Santo Stefano e Cammarata, immettendosi in un sentiero carrabile, nel fitto del querceto, si giunge alla sorprendente visione prospettica del complesso dell’eremo ove si ergono il rude convento in pietra arenaria, la piccola chiesetta barocca - la cui costruzione iniziò già nel 1624, anno del ritrovamento a Palermo delle ossa di Santa Rosalia - e l’antro del romitorio attorno al quale venne costruito tutto l’impianto monastico. Nell’arco storico che intercorre tra le conquiste dei Normanni e la piena affermazione della religione cristiana sugli Arabi, si individua la permanenza della nobile normanna Rosalia, appartenente alla famiglia dei Sinibaldi, signori delle terre della Quisquina e di Monte delle Rose, all’eremo, situato nei territori di proprietà paterna. La testimonianza è offerta dal rinvenimento - avvenuto nel 1624 - all’interno dell’antro, di una epigrafe - oggi ancora nella grotta - di mano della giovane, che lascerebbe ipotizzare, appunto, la presenza dell’appena quattordicenne Rosalia in quel luogo impervio e oscuro.
Fortemente permeato di leggenda e misticismo, l’eremo ha una storia lunga e complessa che può essere distinta in due fasi. La prima, di grande attività produttiva e culturale dell’azienda monastica, corrisponde all’edificazione del convento, dovuta al fervore artistico di Ignazio Traina, architetto e frate superiore per molti anni, e ai finanziamenti dei principi Ventimiglia. Nella decorazione della chiesetta furono impegnati celebri artisti siciliani, tra i quali i fratelli Musca (autori dei tre altari e del prezioso e scenografico paliotto in marmi policromi al cui centro è rappresentata Rosalia immersa in uno sfondo monumentale che pare richiamare la Porta Nuova di Palermo), i fratelli Manno, che eseguirono affreschi e tele, e lo scultore Filippo Pennino, autore della statua della santa nella nicchia absidale.
Una seconda fase - oscura e decadente - succede, purtroppo, alla prima e già alla fine del ‘700 un falso furto, architettato da uno dei monaci del convento, rivela i primi segni del decadimento.
Un incendio, nel 1901, danneggia gran parte della struttura e un omicidio - progettato probabilmente all’interno di una celletta del convento nel 1922 - vede come protagonista frate Antonio che, raggiungendolo all’ospizio del paese, finisce con più di trenta coltellate il suo superiore fra’ Bernardo.
Agli inizi del XX secolo l’eremo si trova in condizioni economiche disastrose, come del resto l’integrità dei membri: da ciò la decisione dello scioglimento della congregazione che nel 1928 il Prefetto di Agrigento, sommerso dalle denunce contro i frati, decide di affidare a un commissario esterno. A ciò, tuttavia, non consegue la fine dei problemi: oltre alle tresche e ai furti - i quali privarono la chiesa, tra il 1972 ed il 1983, di circa 32 tele e di diversi oggetti sacri di grande valore - nel corso del ‘900 proseguono, infatti, gli omicidi. Alcuni frati rimasero al convento anche dopo la soppressione dell’ordine e quando il Vescovo Peruzzo si recò all’eremo per un pellegrinaggio rimase vittima di un attentato.
L’ultimo frate, il celebre Fra’ Vicè, visse in solitudine e di elemosina gli ultimi anni della sua vita e vi morì all’età di 92 anni, nel 1985.
Oggi, dopo anni di incuria e abbandono, recenti lavori di restauro hanno consentito il recupero di buona parte del convento che mantiene ancora la conformazione originaria, grazie anche agli arredi che sono stati conservati nei vari ambienti. La gestione dell’eremo è affidata dalla Pro Loco di Santo Stefano ad una cooperativa, che si occupa della manutenzione, della salvaguardia e delle visite.



 
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