Parliamo di Buccheri, il più elevato comune della provincia aretusea - a 820 m s.l.m.-, un comune di antica ma incerta origine. Come incerto è il significato del nome: fra studio e leggende, alcuni lo fanno derivare da “Buker”, nome di un comandante saraceno, altri dalla combinazione di “Bous” e “Hera”, a ricordare che qui pascolavano le sacre vacche di Hera.
Il terribile terremoto del 1693 distrusse quasi completamente l’abitato che venne ricostruito nello stesso luogo e arricchito di importanti architetture barocche e liberty. Di pregio le chiese, a cominciare dalla Chiesa di Sant'Antonio, cui si accede da una magnifica scalinata in pietra lavica che parte da piazza Toselli.
La sua volta è impreziosita da stucchi di Giuseppe Gianforma, e al suo interno sono custodite due tele di Guglielmo Borremans datate 1728. Il tempio domina il paese e la sua facciata spicca su tutto, facendosi notare subito, qualsiasi strada si percorra per raggiungerlo.
Molto bella è anche la Chiesa di S. Maria Maddalena, un gioiello barocco, opera dei Mastrogiacomo, che custodisce al suo interno una statua della Maddalena di Antonello Gagini del 1508. Da piazza Loreto si raggiunge la grotta di S. Nicola, una chiesa cristiana scavata nella roccia di fondazione antichissima e ricoperta di affreschi di cui si vedono le tracce ancora oggi.
Da non perdere, ovviamente, la Chiesa Madre dedicata a Sant’Ambrogio da Milano.
Il cuore del paese è piazza dei Canali, dove un tempo sorgeva un monumentale abbeveratoio con una fontana che, datata 1585, ancora oggi zampilla con le sue bocche. Da loro il nome della fonte, detta dei Quattro Canali.
Della Buccheri medievale rimangono i ruderi del castello (la torre meridionale e centrale, la cinta muraria) in cui abitarono gli antichi signori del borgo: il conte Alaimo da Lentini, il barone Gerardo Montalto, seguito dai Morra e poi dagli Alliata Villafranca, la cui signoria termina con l'abolizione del feudalesimo nel 1812. Ed è attorno al castello che ogni anno, ad agosto, Buccheri ritrova pienamente la sua dimensione medievale con il Medfest. Un appuntamento che richiama fra i vicoli, le stradine e le scalinate che portano al castello migliaia di visitatori attratti da spettacoli di strada con giocolieri, sbandieratori e cortei storici, oltre - ovviamente - dai prodotti delle botteghe artigiane e dall’allegria delle osterie.

Il centro abitato è circondato da una ricchissima vegetazione che si offre con attrezzati boschi di pini, di querce e di lecci, come quello di Santa Maria a ovest del paese, o come il bosco di Pisano e quello di Frassino nei quali è possibile compiere escursioni naturalistiche davvero piacevoli. Scendendo più a valle, lungo la provinciale che porta a Lentini, attraverso tornanti suggestivi di colori, ci si imbatte in estesi e preziosi uliveti che producono l'oro verde di Buccheri: un apprezzato e particolare olio celebrato ogni anno in una sagra dedicata alle olive.
Vegetazione, ma non solo. Il territorio è ricco di testimonianze archeologiche, segni di una presenza dell’uomo già in antichissima data, come una serie di capanni pastorali, costruiti con tecnica megalitica, e soprattutto i resti della città greca di Casmene, fondata nel 643 a.C. dai Siracusani, ritrovati in contrada Guffari, vicino alle sorgenti dell’Anapo. Particolari le chiese rurali, a cominciare dal piccolo ma suggestivo santuario della Madonna delle Grazie (sec. XVIIXVIII), un tempo cenobio di frati eremiti, ancora isolato su un modesto poggio a ovest del paese. A otto chilometri dall’abitato, lasciando la Strada Provinciale 5 in direzione Lentini, dopo la Cava della Stretta, in una scenografia di spettacolari canyon, grotte e cunicoli, s’incontra la Chiesa di S. Andrea, un luogo di pace cui si accede da una trazzera circondata da casolari e uliveti argentei. Edificata intorno al 1225 per iniziativa di Federico II, la chiesetta è in stile gotico, ad una navata, con ingresso originario ad ovest per i monaci del convento annesso, e a nord per i fedeli. È uno degli esempi migliori di architettura religiosa del periodo svevo.
Sull’altipiano del Monte Lauro, che sovrasta il paese, sono ancora visibili le neviere, attive fino ai primi decenni di questo secolo. Rifugi di pastori a pianta circolare e costruiti con blocchi squadrati di pietra nera sono le tracce più appariscenti dell’antica civiltà agropastorale iblea. Ce n’è uno, bellissimo, in un campo dove regolarmente pascolano le mucche, con un abbeveratoio sul ciglio della strada che ricorda altri tempi e dove, nelle giornate di sole, col cielo limpido, si può ammirare il panorama, con il paese incastonato come una gemma sui monti Iblei e
‘a muntagna, l’Etna, a fare da sfondo.