Che storie! Hanno dell’incredibile, ma sono successe realmente. Come quella dell’avvoltoio monaco che, in volo dai Pirenei, ha deciso di planare nell’unico luogo atto al suo atterraggio: con un’apertura alare di ben tre metri, ha scelto la pista dell’aeroporto Falcone-Borsellino.
Poi c’è la storia dell’aquila imperiale portata in braccio da una coraggiosissima signora messinese fino al centro di recupero della città dello Stretto. Pensate, una “bestia” alta quanto un bambino, con artigli capaci di farti a fettine, cullata e coccolata come fosse un micetto. È stata curata a Messina e sorvegliata a vista da una speciale squadra di “guardie del corpo”: in tutto il mondo esistono solo 600 coppie di aquila imperiale e un esemplare di questi può avere, al mercato nero, un valore estremamente tentatore. E non solo. Non appena l’aquila ha mostrato i primi segni di ripresa, visto che Messina non aveva voliere abbastanza grandi, per non sottoporla ad ulteriori stress è stata portata a Roma in treno, in vagone letto, all’interno di una scatola costruita appositamente, sulla quale campeggiava la scritta “cristallo - fragile”. Per evitarle il vago infatti l’aquila è stata dichiarata come un lampadario di cristallo, per il quale - visto che era nel vagone passeggeri - è stata pagata una sovratassa da capogiro. Sono solo due storie, queste, tra le più curiose che ci sono state raccontate dai responsabili dei centri di recupero fauna selvatica siciliani, centri che da un mese sono cresciuti, anzi, ri-cresciuti di numero: lo scorso giugno ha riaperto i battenti il CRFS “Stretto di Messina”, importantissimo centro per l’assistenza e la cura della fauna selvatica laddove la fauna selvatica vanta numeri straordinari. «Era una cosa importante da fare ed è stata fatta - ci dice Anna Giordano, responsabile del centro - soprattutto grazie al lavoro dell’Azienda Regionale Foreste Demaniali. Oggi il centro può contare sulla presenza di Fabio Grosso, un ottimo veterinario, appassionato oltre che bravo (ci vuole davvero una grande passione per fare la respirazione bocca a becco a un barbagianni, ndr), e di una sala operatoria che ci consente di non avere più il limite rappresentato dalle “cure di prima necessità”. Qui, dove solo nel 2005 sono stati contati ben 9.700 rapaci, ogni anno, durante la migrazione, vengono avvistati esemplari appartenenti ad oltre 120 specie di uccelli, circa il 70% di quanto la Natura può offrire.

Immaginate che nel periodo di transito non è difficile individuare esemplari di specie rare in Piazza Cairoli così come nel terrazzo di casa…». Lo Stretto di Messina, infatti, un ponte lo ha già: è quello invisibile che viene attraversato ogni anno dai migratori che si affrettano a raggiungere i luoghi di nidificazione e, proprio quando arrivano qui, sono letteralmente stremati e stressati. «Stremati - spiega la Giordano - perché hanno attraversato il Sahara, perché sentono lo scirocco alle loro spalle e non si fermano che pochi minuti a Vendicari o all’Alcantara; e stressati perché hanno premura vogliono raggiungere al più presto i luoghi in cui nidificare per accaparrarsi i posti migliori».
Una notizia che ci rallegra è quella relativa al bracconaggio, ridotto quasi al minimo. «Come bracconieri oggi vengono indicati per lo più i cacciatori che non stanno alle regole - spiega Giovanni Giardina, responsabile del centro di Ficuzza -, cioè quei personaggi che non si fanno scrupoli e sparano su qualunque cosa abbia le ali. Solo l’anno scorso, ad esempio, abbiamo curato ben sei esemplari di falco pellegrino, specie protetta, feriti da colpi di carabina in quel di Capo Gallo. Snocciolando ancora cifre, il 70% degli animali che curiamo sono ricoverati per ferite da arma da fuoco. Davvero un’indecenza». Le cifre del CRRFS di Ficuzza, però, non sono tutte negative. «È vero - continua Giardina -, si nota un certo riequilibrio delle cifre. Contiamo più falchi pellegrini, più poiane, gheppi… ma è anche vero che diminuiscono i grillai, il nibbio reale, l’aquila del Bonelli.
Facciamo davvero tanto, noi come tutti i volontari che danno vita ai quattro centri di recupero fauna selvatica della regione, come l’Azienda Foreste Demaniali che dal 1996 porta avanti questo meraviglioso progetto siciliano, ma è anche vero che tutto quello che si fa è come una goccia nel mare, tanto ci sarebbe da fare».
Questi centri - oltre a quelli di Ficuzza e di Messina, lavorano a spron battuto quelli di Enna e di Comiso - sono aperti tutto l’anno ed è qui che si possono avere quegli incontri ravvicinati che in natura sarebbero quasi impossibili. Qui, come sottolinea Anna Giordano, «si recupera il valore della vita, sia con le attività didattiche che con la semplice osservazione degli esemplari in cura». Una cosa vera. Come veri sono i 7.000 studenti che visitano ogni anno il centro di Ficuzza. Giovani che crescono un po’ più saggiamente perché il contatto diretto con la fauna (e la flora) selvatica insegna proprio quanto sia preziosa, unica e irripetibile la vita.