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 Lo stile dei Florio

Territorio
È un lungo filo di perle quello che si allarga morbido sul petto di Donna Franca Florio.
Un’immagine, questa del dipinto di Giovanni Boldini, che riassume nelle sue forme eleganti la ricchezza di un periodo che vide la Sicilia al centro del mondo economico a cavallo tra il XIX e il XX secolo. Il periodo d’oro dei commerci e delle feste lussuose, il periodo d’oro delle arti e della tecnologia: il periodo dei Florio.



    Donna Franca Florio, Giovanni Boldini, 1924

Vincenzo Florio, marito di Donna Franca, fu abilissimo imprenditore, oltre che di vino e di generi alimentari,anche di se stesso, ed è sotto la sua carismatica guida che la Sicilia assume un’immagine tutta nuova.
Con i Florio l’isola mediterranea diventava meta di Grand Tour della nobiltà e della borghesia, i “nuovi nobili” chiamati a prendere, velocemente, il posto di una classe sociale ormai in declino, quella nobiltà che presto, rapidamente, avrebbe dovuto abdicare a favore di commercianti e di imprenditori.
Così, i Florio ospitavano nelle loro residenze re e regine, imperatori e maragià, senza vantare alcun titolo se non quello di Donna Franca, contessa di Gallitano e dama di corte di Sua Maestà la Regina Elena.
Ma non fu certo il titolo a fare di lei e di suo marito i capostipiti di uno stile che mai più rivedremo nel passato recente della Sicilia, dopo la loro decadenza, ma che nel resto d’Italia avrà più di una radice da cui germogliare.
I Florio giunsero a Palermo da Bagnara Calabra alla fine del Settecento e fu loro sufficiente una generazione per assurgere a fulcro di quel Modernismo che avrebbe conquistato presto tutta l’Europa. Una generazione ed un solo negozio, alla Vucciria, in cui si vendevano spezie all’ombra diun esotico coccodrillo impagliato. Una sola generazione per giungere ad Ignazio senior, colui che nel 1874 acquistò l’arcipelago delle Egadi, trampolino di lancio per le sue attività commerciali di tonno in scatola e vino Marsala. Da venditori di spezie ad armatori, da “emigranti” a ospiti delle personalità più illustri del momento, da commercianti a mecenati di un nuovo stile di vita, di una nuova filosofia in cui il bello era cardine di tutto ciò che si muoveva nel quotidiano.
La flotta, quindi, la tonnara di Favignana, la fonderia Oretea, lo sport della Targa Florio e uno stile nuovo per le arti, il Modernismo siciliano meglio conosciuto come stile Liberty, con il nome preso in prestito da Arthur Liberty, imprenditore di arredi che oggi potremo chiamare “pret a porter”, eleganti ma alla portata delle tasche di molti.
Chiamiamolo Modernismo, però. È meglio. Perché questo stile fu quello che infiammò, dopo l’Esposizione Nazionale di Palermo (15 novembre 1891 – 7 giugno 1892), le città di Torino e Milano per poi diventare altro, dopo che le cannonate della Prima Guerra Mondiale avevano fatto piazza pulita di ogni fervore artistico in questa Italia d’inizio secolo.
Partiamo da qui, da questa Esposizione Nazionale, da questi capannoni disegnati da Ernesto Basile e realizzati dalla ditta Golia-Ducrot, per tracciare una sottile linea guida che ci conduce alla scoperta di quella Sicilia che si nutrì delle idee moderne dell’architetto e dell’imprenditore, idee che ancora oggi restano fissate nei volumi dei ferri battuti e nelle costruzioni di eleganti palazzine e ville, idee che sorprendono come la copertina del primo numero di “Rapiditas”, la pubblicazione che raccoglieva le storie attorno alla Targa Florio, una copertina con cui il maestro Duilio Cambellotti ha voluto tracciare la linea di separazione tra la Siciliaagricola e quella, appunto, “moderna”: un gruppetto di automobilisti, lasciate le proprie auto ai margini di una stradella di campagna, guardano pensosi la carcassa di un cavallo morto al centro della carreggiata.
Non è più tempo di carrozze, non è più tempo dei lenti trasporti trainati da quadrupedi.
Da adesso in poi il tempo non sarà più quello segnato dal sorgere e dal tramontare del sole, bensì quello veloce dei percorsi automobilistici,delle traversate in nave, dei primi voli, dei segnali morse del telegrafo.
Tutti questi cambiamenti, tutto questo nuovo mondo, si apriva agli occhi di un architetto come Ernesto Basile con le forme arrotondate di un suo nuovo stile, organizzato con gli insegnamenti di arte classica e di botanica, uno stile in cui era indispensabile coniugare le esigenze estetiche con l’industrializzazione dei prodotti.
Oggi è difficile da immaginare, ma nei capannoni che conosciamo come Cantieri Culturali alla Zisa, sotto gli stessi grandi lampadari a padella, si costruivano mobili e oggetti d’arredamento che avrebbero fatto ingelosire persino lo Zar di tutte le Russie, Nicola, che dopo un pranzo al Villino Florio volle un’identica sala da pranzo per la sua casa di San Pietroburgo, quella Sala Arenella che ancora si apre in tutta la sua incredibile, solare, eleganza.
Palermo, città di nascita di questo prezioso Modernismo, è davvero tutta punteggiata di case e ville, quando non di piccoli mosaici o di inferriate, che ci riconducono a questo splendente passato. Si comincia proprio dal Villino Florio, costruito tra il 1899 e il 1900 all’interno di un parco che si estendeva da Via Dante a Corso Olivuzza, oggi ridotto ad un semplice giardino che circonda il capolavoro di Basile, restaurato dopo il disastroso incendio del 1962. Non molto lontano, il villino Favaloro, nell’odierna piazza Virgilio, un progettodi Giovan Battista Filippo Basile del 1889 poi ampliato dal figlio e da questi decorato con grappoli d’uva stilizzati. Spostandoci ancora verso l’attuale zona libertà, ecco Villino Ida (1903-1904), tra via XX Settembre e via Siracusa, laddove Ernesto Basile visse; e poco più in là, sempre in via XX Settembre, Palazzo Dato (1901), di Vincenzo Alagna (allievo del Basile), con le sue eleganti decorazioni a rilievo.
Di fronte al tempio della lirica, il Teatro Massimo del Basile senior, ecco i due chioschetti, oggi tabaccherie, del figlio Ernesto, così come sempre a lui appartiene il progetto per quello di piazza Politeama, il Chiosco Ribaudo (1916), chissà se costruito lì, all’angolo opposto di quello che ospitò l’ingresso dell’Esposizione Nazionale… E laggiù, in fondo a questa nuova strada chiamata via Libertà, in piena campagna ecco aprirsi il cerchio della Statua della Libertà, progetto realizzato tra il 1909 e il 1910 proprio da Basile jr.
Da tutt’altra parte, per un committente certo meno famoso dei Florio, ecco il mosaico a pannello per il Panificio Morello, nel quartiere, oggi storico, del Capo, un mosaico del 1908 (di autore ignoto) che, ricordando lo stile inconfondibile di Gustav Klimt,importa in questo angolo di mondo la cultura mitteleuropea.

  Caltagirone, villa comunale  Villino Florio a Palermo  Catania, palchetto della musica di villa Bellini

Allontanandoci dal centro cittadino, senza dimenticare di lanciare più di uno sguardo alle costruzioni di Viale Libertà, eccoci di fronte a Villa Igiea, l’ex sanatorio trasformato in albergo per ragioni di “liquidità”. Al suo interno, l’ex sala da pranzo progettata in ogni dettaglio (suppellettili comprese) da Basile ed affrescata, secondo le sue volontà, da Ettore De Maria Bergier (1899-1900): uno spettacolo che lascia esterrefatti.
Ed ancora, passando dall’Arenella e dalla Tonnara Florio, la borgata di Mondello, con tutte le sue ville (Villa Lina, Villa Terrasi, villino De Lisi… non se può certo scegliere una a discapito delle altre) e il suo bellissimo stabilimento, tutte costruite tra il 1909 e il 1915.Tralasciando gli esempi più “piccoli” (ci sono vetrate e inferriate – come quella di Piazza Marina a Palermo – e balconi sparsi un po’ ovunque in città), ci si può spostare nell’Isola a caccia dell’architettura modernista, figlia dei discepoli di Ernesto Basile. A Trapani, ad esempio, c’è il Palazzo Ferrante (1908) e Villa Laura; a Valderice il Molino Excelsior del 1904, splendido, e a Favignana non si può non visitare la tonnara, quella dei Florio, ovviamente perfetto esempio di archeologia industriale Liberty.
Percorrendo la costa verso sud, ecco Licata con la Villa Urso e il Palazzo Municipale, con tanto di torre dell’orologio progettata dallo stesso Basile, Villa Sapio e Villa Bosa, tutte edificate nei primi dieci anni del Novecento. Casteltermini con Villa Maria (del 1800) e il suo giardino che ha dal Liberty preso le architetture d’esterno, così come le ha disegnate il nostro Basile junior, memore del lavoro fatto a Palermo per il Giardino Inglese.
Anche se costruito nel 1932, il Palazzo Militello di Enna può fregiarsi a diritto di essere in stile Liberty, così come lo è, senza dubbio, il Palazzo Bruno di Belmonte ad Ispica, anch’esso nato dalla matita del Basile.
Ed ancora Catania che, con le sue ricchissime raffinerie di zolfo, vanta Palazzo Manganelli, sempre di Ernesto Basile, proprio dove Visconti girò alcuni interni del suo “Gattopardo”; Palazzo Morano e il Teatro Sangiorgi, quest’ultimo voluto dall’imprenditore di cui porta il nome, colui che importò lo stile nella città etnea. Nella sua provincia, Caltagirone con il giardino pubblico “sistemato” da Basile senior nel 1852, la casa detta Delle Quattro Stagioni, il Palazzo di Città, il prospetto della Chiesa di San Giuliano e l’edificio industriale delle Officine Elettroniche.
Per concludere Messina, ricostruita dopo il terremoto del 1908: come avrebbe potuto resistere al forte richiamo dello stile dei Florio?
(testo: emilia gatti > foto: melo minnella)



 
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