Un paese che somiglia più ad un quadro di Gianbecchina che ad un qualsiasi altro suo... "simile".

Questo è Calamonaci, un balcone a 300 metri d'altezza sull'orizzonte del mare agrigentino. E tra il blu del cielo - cobalto o turchese, ma mai grigio - e il blu del mare - che da quassù colora il mondo di un blu di Prussia - il verde acceso dei vigneti e dei preziosi oliveti che fanno di Calamonaci il regno dell'olio extravergine della qualità Biancolilla, una delle più eccellenti dell'intera Isola. I colori, che ritroviamo nelle preziose terrecotte artigianali che occhieggiano non solo dalle vetrine dei negozi, ma anche dalle credenze di ogni cucina, nei balconi come vasi per il basilico o la menta, accanto agli usci, per le strade, ad indicare il numero civico o semplicemente per abbellire il muro bianco, i colori - dicevamo - sono una delle cose che per prime catturano l'attenzione di quanti giungono in questa deliziosa cittadina. Che, nonostante siano passati secoli e secoli, conferma nelle sue atmosfere il senso del suo nome antico, quel Kal-at-Munach (fortilizio di sosta) che oggi ci invita a spegnere il telefonino, togliere l'orologio e restare lì, con le gambe allungate, comodi comodi sulle panchine del belvedere, a godere di quello strano rapimento che è la sensazione di sentirsi nel cuore pulsante della straordinaria bellezza selvatica della Sicilia.
Selvatica nel senso che è lì, che non è costruita da nessuno se non dall'amore di questa gente per la sua terra. Natura che comprende anche loro, anche gli abitanti del paese che, con il loro incedere un po' dondolante, con i loro sorrisi timidi e con il loro cuore grande e generoso, sono parte integrante di questo panorama.
E come ad un incrocio perfettamente ritmato, la vita delle persone qui si intreccia in un serafico tran tran quotidiano che segue i rintocchi della bella Chiesa Madre, costruita tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, il cui interno riflette questo prezioso equilibrio possedendo sia l'eleganza delle forme architettoniche che una straordinaria ricchezza di elementi. Anche qui, i colori la fanno da padroni, giocando con le mille possibili sfumature del marmo.
E dove il marmo si fa sacro, dove il bianco cupo della pietra si vena di rosso, la voce si abbassa, ubbidendo ad un tacito ordine di far piano, più piano. Sono i marmi che lastricano la strada che conduce fino alla vetta del Calvario. Sono i marmi arrivati da Gerusalemme che accolgono, ogni Venerdì Santo, una delle più sentite e partecipate manifestazioni religiose legate alla Pasqua: a mezzogiorno la parte più alta del paese, il Calvario appunto, alza la croce con la statua del Cristo morto e, accanto ad essa, quella della Vergine in lutto. La sera, dopo la deposizione, il simulacro del Cristo viene portato in processione al suono degli antichi “lamenti” degli uomini che piangono al cospetto del sacrificio del Figlio di Dio. Un dolore contagioso eppure vivificante, che si dissolve la Domenica di Pasqua quando San Michele, portato di corsa dai suoi devoti, corre ad annunciare alla Madonna la Resurrezione.
Una festa, questa, che apre la bella stagione, quella primavera siciliana che non ha confine con l'estate, mesi in cui si rincorrono la festa del Santo Patrono, la prima o la seconda settimana di agosto (con le Rigattiate, ovvero le corse di San Michele e dei suoi fedeli in gara con San Giovanni, anch'esso in corsa grazie alla forza delle braccia dei suoi devoti), e i mille appuntamenti con gli spettacoli, il cui cartellone più importante è rappresentato dal Convivio Musicale - a fine luglio -, un vero e proprio “convegno” internazionale sull'arte e sulla musica tradizionale cui assistono centinaia e centinaia di appassionati provenienti da tutta Italia. Le feste calamonacesi, però, non sono soltanto estive: il 31 dicembre si festeggia con la tradizionale Strina, la vecchia strega da sconfiggere prima dello scoccare della mezzanotte.