La vuoi vedere una necropoli del IX secolo a.C. con le tombe “a grotticella” tipiche della protostoria siciliana? È a Santa Ninfa, in provincia di Trapani, un piccolo paese posto in maniera discreta tra Selinunte e Segesta, quasi volesse nascondersi tra le sue montagnole di gesso.
Santa Ninfa è lì dal 1605, quando il marchese don Luigi Arias Giardina vi fece edificare le prime abitazioni e le diede il nome della veneratissima martire, a quel tempo patrona della sua Palermo. È rimasta lì con la caparbietà dell’ibrido equino, anche dopo il terribile terremoto del 1968 che l’ha devastata, non ha voluto spostarsi per la ricostruzione come hanno fatto invece la maggior parte dei paesi dell’asse del Belice, suoi compagni di sventura. Ma su quell’altopiano gessoso l’insediamento umano era arrivato molti secoli prima di don Luigi; aveva posto i suoi morti in posizione fetale dentro i fianchi rocciosi della montagna in tombe scavate ad alveare le une accanto alle altre tanto da guadagnare al monte la denominazione di “Finestrelle” e finistreddi vengono appellate nel dialetto locale questi avelli rupestri che si affacciano dal fianco scuro della montagna, come un affascinante condominio dell’aldilà.
Dunque, tu arrivi a Santa Ninfa e all’ingresso del paese la segnaletica stradale ti guida verso il “bosco delle Finestrelle”. Tu la segui convinto che ad aspettarti ci sia solo una bella necropoli rupestre appartenente all’orizzonte culturale protoelimo. Ben presto l’asfalto cede il passo a un dedalo di sentieri in terra battuta che ti avverte che sei all’interno della riserva naturale della “Grotta di Santa Ninfa”, ente gestore Legambiente. Dopo alcune centinaia di metri raggiungi una radura, uno spiazzale ordinato che dice che i forestali hanno fatto il loro bravo lavoro, c’è il museo etno-antropologico pieno di oggetti interessanti appartenuti alla quotidianità agricola pastorale e domestica del secolo scorso, ci sono alcuni carretti stanchissimi, c’è l’area attrezzata per famigliole in assetto da pic nic.
Ma se non ti fermi e prosegui a piedi verso Sud per arrivare alle “Finestrelle”, segui a ritroso il percorso del torrente del Biviere che nasce da quel monte, qualcosa di molto speciale ti ripagherà dalla camminata: superati i vigneti e gli ovili che convivono in armonia con la riserva, dopo aver goduto del quieto rassicurante spettacolo delle greggi al pascolo incuranti dei piccoli rapaci che volteggiano sopra di loro, puoi cominciare a seguire il cammino bizzarro del Biviere, torrente capriccioso e beffardo che per pochissimo si mostra, per un po’ lo si intuisce scorrere dentro quel letto costeggiato da fittissima macchia per poi sparire ingrottandosi attraverso un misterioso inghiottitoio, salvo ricomparire alcune centinaia di metri più in là. E tu continua il tuo cammino parallelo alla vegetazione riparia che ti accompagna attraverso un paesaggio sfacciato e lussureggiante, ad ogni passo la saturelia sprigiona il suo profumo e mente fingendosi origano, ma l’olfatto più attento la svela più intensa e più maschia; i rovi di more si affacciano curiosi al tuo passaggio coi loro fiori dal colore antico e qualche bacca lucida - “aspetta” - dicono afferrandoti - “fermati ancora un poco“ - ma tu cerchi di liberarti dal loro invito spinoso e allora i rami più alti si accontentano di qualche filo del tuo maglione; se alzi lo sguardo sui fianchi delle colline il sole ti offre lo scintillìo di migliaia di piccoli cristalli di gesso - visione incantevole -, gioielli effusi da migliaia di folletti sciuponi: è il carsismo, affascinante fenomeno geologico che ti fa incontrare lungo il tuo percorso splendidi anfiteatri naturali, chiamati doline, in cui va in scena il seducente spettacolo della macchia mediterranea. Il gesso si produce ad ogni passo in improbabili infiorescenze, mentre rarissime orchidee si degnano di mescolarsi ad erbe meno altezzose e tuttavia profumatissime. Le ginestre disegnano esplosioni accecanti di verde e di giallo, svettando ai tuoi fianchi come fuochi d’artificio; accarezzi i filamenti dell’ampelodesma e ritrai risentito le dita : “allora, che c’è? - ti appella bisbetica - “ti ho fatto un taglietto? peggio per te! mi sono cosparsa le foglie di cristalli di quarzo per difendermi dagli insetti e dagli intriganti”.
Cammina ancora, inebriato da una mescolanza prepotente di profumi in cui si distiguono gli effluvi di robusti arbusti di alloro, di altisonanti acanti; le campanule pavide della malva tremano nel sottobosco: “ti prego, non schiacciarci, di notte verranno a coglierci le streghe buone, serviamo al decotto che fa passare il mal di pancia ai bambini”; i fiori violacei della borragine ti guardano burberi e senza cortesia, ma puoi alzare lo sguardo verso gli elegantissimi pioppi neri e, proprio all’ombra di uno di questi, si apre una radura e un vialone taglia fuoco dove una formazione di gessarenite ha eretto un misterioso monumento… Artista interessante il carsismo; mentre i tuoi sensi erano impegnati in questo estatico andare, circondato da insettini saltellanti, il Biviere ha approfittato della tua distrazione infilandosi nella grande grotta ipogea di cui egli solo conosce ogni segreto; poco più in là c’è la sua origine, il Monte Finestrelle… cosa eri venuto a cercare?… ah, sì, sepolcri antichi…
Nota:
Pubblicato su Sikania n° 250 Ottobre 2007
Testo e foto di Anna Gelsomino