Tesori di pietra sulla strada dell'olioE proprio dalla tradizione vogliamo partire, principiando la nostra visita dal Museo delle Attività Silvo Pastorali, che da qualche tempo è stato inaugurato in un bell’edificio di fondazione cinquecentesca, il cosiddetto “convento vecchio” dei padri gesuiti e intitolato a Salvatore Cocchiara, illustre antropologo nato proprio a Mistretta. Il museo è dedicato alle tradizioni dei contadini e dei pastori dei Nebrodi, e illustra anche le attività dei taglialegna e dei carbonai, dei cacciatori e di tutti coloro che in qualche modo hanno legato la propria vita ai boschi e alle montagne.
Tradizioni che hanno improntato l’intera storia di Mistretta, influenzandone la vita quotidiana, l’economia, le feste popolari e gli appuntamenti religiosi.
Sebbene solo una parte del museo sia stata allestita in maniera definitiva, i moderni criteri espositivi e le metodologie seguite dai curatori sono assolutamente evidenti. Nel percorso espositivo agli oggetti si affiancano pannelli didattici, modellini in scala di impianti produttivi tradizionali e di architetture pastorali, nonché postazioni multimediali per una più ampia fruizione del patrimonio museale. Un patrimonio che consiste di collezioni di grande pregio e rarità: centinaia di manufatti pastorali sette-novecenteschi in legno inciso e/o intagliato, veri e propri capolavori di arte popolare siciliana; la raccolta, ancora non esposta, di cinquanta costumi di Confraternite dei Nebrodi, risalenti ai secoli XVIII-XX, nonché la collezione di dipinti sottovetro, che con i suoi 195 pezzi è la più consistente d’Italia.
La preziosità dell’olioFra le sale ce n’è anche una dedicata ai cicli colturali e alle strutture produttive tradizionali: più specificamente, vi sono illustrate le attività legate alla tessitura, alla coltivazione del grano, dell’uva e dell’olivo. Quest’ultima ci interessa particolarmente, perché l’olio extravergine si è qualificato negli ultimi tempi come un prodotto di autentica eccellenza nel settore agricolo dei Monti Nebrodi, e le sue qualità sono attestate dalla concessione della DOP Valdemone.

L’olivicoltura era diffusa fra queste montagne già nel XV secolo, grazie alla creazione di appositi terrazzamenti che consentivano di strappare alle erte pendici delle montagne dei terreni adatti alla coltivazione. Oggi si è giunti a una superficie di produzione di circa 35mila ettari, e alcuni comuni produttori (oltre a Mistretta ci sono Caronia, capofila, Acquedolci, Castel di Lucio, Motta D’Affermo, Pettineo, Sant’Agata di Militello, San Fratello e Tusa) si sono uniti per dare vita, grazie al finanziamento dell’Assessorato regionale Agricoltura e Foreste, al progetto “La Strada dell’Olio”, itinerari enogastronomici che consentono ai viaggiatori attenti alle qualità delle produzioni locali di andare alla scoperta di quel che di meglio si può gustare fra queste montagne.
Le olive che intervengono nella produzione della DOP sono soprattutto delle varietà “santagatese”, la più diffusa, “ogliarola” e “biancolilla”, a cui si uniscono in misura differente altre varietà, come l’oliva “minuta”, che ormai conta pochi esemplari e che produce olio solo per il 10% del peso originario della drupa, un olio che in compenso è particolarmente profumato e saporito (qualità che hanno meritato alla “minuta” l’inserimento fra i presidi Slow Food).
L’olio DOP Valdemone si caratterizza per il colore dorato, il profumo fruttato, il sapore delicato e armonico che lo rende particolarmente indicato per accompagnare soprattutto pietanze a base di pesce - anche se va benissimo sui legumi e le verdure. Nel territorio di Mistretta i principali produttori sono cinque: Faillaci, Giordano, Lo Prinzi, Sanzarello, più volte premiato per la qualità del suo olio fruttato biologico (1° classificato al concorso regionale dell’olio extravergine di oliva 2003 e 2004 per la categoria fruttato leggero), e Testagrossa, che mettono sul mercato oli fruttati da olive verdi, dalle note erbacee e il lieve sentore.
Le ditte Giordano e Testagrossa, inoltre, gestiscono i frantoi della città: qui è possibile, in autunno, assistere alle fasi di produzione dell’olio, e acquistarne qualche preziosa bottiglia. Attraverso la promozione dell’olio, i Comuni si propongono di favorire sviluppo e crescita economica, turistica e sociale dei propri territori. La conoscenza dell’ottimo olio Valdemone DOP, infatti, condurrà di certo nuovi visitatori fra queste montagne, tutte persone che resteranno sempre, immancabilmente sorprese dalla varietà e bellezza dei Nebrodi e dei suoi borghi. Fra i quali, appunto, la deliziosa Mistretta.
Un po’ di storia Secondo alcuni le origini di Mistretta si possono far risalire ai Fenici, secondo altri ai Sicani. I sostenitori di quest’ultima tesi hanno il loro punto di forza nel rinvenimento di costruzioni in pietra e oggetti di ceramica che inconfondibilmente rimandano alla civiltà sicana. Chiunque sia stato il fondatore di Amestratus, comunque, va detto che scelse bene la posizione del nuovo paese: dai quasi mille metri d’altitudine si potevano controllare agevolmente tutti i mercanti, i soldati, i viandanti che si spostavano dalle montagne verso il mare. Facile capire, dunque, l’interesse dapprima degli Arabi e poi dei Normanni per questo preciso luogo. Ruggero d’Altavilla, in particolare, concesse alla cittadina numerosi privilegi e ordinò l’ampliamento e il rafforzamento della fortezza che era stata fondata, nel punto più alto dell’abitato, dagli Arabi (i quali, a loro volta, avevano trovato gli avanzi di un altro fortilizio… Fenicio? Sicano?). Fu questo, in ogni caso, il primo fulcro del paese, e la discendenza del nucleo urbano da esso sembra prendere una forma quasi fisica, poiché da questo punto le case del borgo sembrano fluire come un fiume di tetti bruni, adagiandosi l’una accanto all’altra in pittoresca uniformità cromatica.

Gli amastratini parteciparono attivamente, nel 1282, alla rivolta dei Vespri siciliani, e così i re aragonesi inserirono Mistretta fra le città demaniali, dando ai suoi rappresentanti la possibilità di sedere nel Parlamento del Regno. Nel 16o secolo il viceré De Vega le conferì il titolo di città imperialis.
Alle soglie del Quattrocento, Mistretta aveva ben 4.000 abitanti (una cifra enorme, per l’epoca), arabi, bizantini e latini, che convivevano pacificamente.
Nel corso dei secoli, e soprattutto nel Settecento, Mistretta si arricchì di monumenti religiosi ed eleganti edifici civili grazie al benessere della sua popolazione, che basava il proprio sostentamento su agricoltura, zootecnia e commerci. Attività fortunate, che consentirono l’affermazione di una classe borghese la quale, a sua volta, con le proprie commesse, alimentò lo sviluppo dei ceti artigiani.
Costoro erano abilissimi nella lavorazione del legno, del ferro e soprattutto della pietra arenaria che si estrae da copiose cave presenti su tutto il territorio della cittadina. Una pietra (detta appunto di Mistretta) dal colore straordinario che pare assorbire e riflettere la luce del sole, e con la quale si eressero palazzi eleganti e chiese devote, decorando poi gli edifici con doviziosi ricami disegnati in punta di scalpello.
L’intero paese, di fatto, venne realizzato con questo materiale, sicché passeggiando per il centro storico non v’è strada che non porti il segno dell’arte e dell’abilità di generazioni d’artigiani, dai rivestimenti delle facciate alle decorazioni delle mensole che sorreggono i balconi, dagli archi che incorniciano porte e finestre, alle scalette che menano ai pittoreschi
anniti (atri scoperti).
Un itinerario per le vie avrà delle tappe obbligate: le chiese, naturalmente, a cominciare dalla Madrice, una grande ed elegante costruzione fondata già nel XII secolo e rifatta nel Quattrocento.
Nel corso dei secoli, la chiesa fu sempre arricchita di nuovi elementi decorativi, fra i quali spiccano il bellissimo portale barocco realizzato da scalpellini amastratini e il portale laterale quattrocentesco, attribuito a Giorgio da Milano, adorno, nella lunetta, di un bassorilievo raffigurante la Madonna fra sante. All’interno vi sono diverse opere d’arte di pregio realizzate dai Gagini; da notare anche la Cappella del Sacramento, con una magnifica decorazione a marmi mischi.
Da vedere anche le chiese di San Sebastiano e del Purgatorio (dove si custodiscono, rispettivamente, il fercolo barocco del santo patrono e le statue dei “giganti” di cartapesta che accompagnano la processione in onore della Vergine, l’8 settembre) e di Santa Caterina con, all’interno, una bella ancona marmorea del Cinquecento.
Durante la passeggiata si possono ammirare deliziosi scorci del centro storico, ornato -in piacevole contrasto- con opere di artisti contemporanei. La fitta trama di viuzze in saliscendi viene interrotta da piccoli slarghi, realizzati su indicazione dell’architetto Giovan Battista Basile, celebrato esponente dell’art nouveau palermitana che l’amministrazione comunale di Mistretta interpellò nella seconda metà dell’Ottocento per la progettazione del cimitero monumentale.
Giunto nel piccolo paese dei Nebrodi, l’architetto non si limitò a eseguire l’incarico richiesto, ma si prodigò in suggerimenti e indicazioni di più ampio respiro per la riqualificazione complessiva del centro storico, i cui effetti sono visibili ancora oggi. Un centro che si caratterizza, peraltro, anche per la presenza dei bei palazzi della borghesia locale: tra i più rilevanti, il barocco Palazzo Scaduto (1660), Palazzo Di Salvo - Fallaci, dell’Ottocento, decorato da un abile artista locale, Noè Marullo, con allegorie delle arti e il simbolo della famiglia proprietaria; Palazzo Lo Jacono e Mastrogiovanni Tasca, del principio del Settecento.
(testo: m.c. castellucci > foto: h. carstensen, g. ciccia, r. vadalà)