 | Fuoco ardente sui rami di smeraldo |
Anche se proviene dal lontano Oriente, l’arancio è senza dubbio una delle piante che con maggiore efficacia rappresentano il Mediterraneo. In Sicilia, poi, è una delle specie vegetali più diffuse, un patrimonio straordinario di oltre 100mila ettari da un capo all’altro dell’Isola.
E, visto che i frutti iniziano a maturare all’incirca in novembre, ecco che le arance diventano il più classico dei frutti natalizi, pronti a illuminare ogni tavola con la loro scorza dorata, e a profumare ogni casa con la loro inconfondibile fragranza. La storia delle arance si perde nella notte dei tempi e affonda saldamente le proprie radici nella mitologia: la dote di Hera, quando andò in sposa a Zeus, era composta proprio da alberelli di arance, simbolo di fertilità e amore (ancora oggi si usa adornare le spose di fiori di arancio, la zagara, in segno beneaugurale). Il padre degli dei, per evitare che qualche malintenzionato potesse rubarli, decise di piantarli in un magnifico giardino alle pendici del Monte Atlante e pose a guardia dello stesso le ninfe Esperidi e un drago, Ladone. Ercole, tuttavia, riuscì a eludere la loro sorveglianza, ed è lui, dunque, che dobbiamo ringraziare se oggi anche l’umanità può apprezzare la dolcezza delle arance (il frutto, peraltro, tecnicamente, viene chiamato “esperidio” proprio in ricordo delle citate ninfe). Così, le arance (e gli agrumi in genere) si diffusero in tutto il mondo, dal Mediterraneo alla Cina, e proprio in questo paese sono stati rinvenuti documenti dai quali si evince che le arance erano presenti alla corte dell’imperatore Tayu, fra il 2205 e il 2197 a.C. In seguito, fra i dignitari imperiali fece la sua comparsa un funzionario esclusivamente addetto al controllo dei tributi in “Kan”, termine con il quale si identificavano mandarini, rance e altri agrumi. Il che ci fa supporre che la coltivazione di questi frutti fosse particolarmente importante. Peraltro, secondo gli scienziati è proprio in Cina che fa la sua comparsa, per la prima volta, l’arancio dolce, forse frutto di una mutazione dell’arancia amaro. A riprova, in un certo senso, di questa teoria, si può addurre che ancora oggi per produrre un alberello di arancio dolce bisogna porre nella terra il seme di un arancio amaro e poi innestare con estrema delicatezza le pianticelle. Gli Arabi, quando giunsero in Sicilia, vi portarono per l’appunto alberi d’arancio amaro, che utilizzavano come piante ornamentali - uso che è ancora ampiamente diffuso: a Siviglia, ad esempio, gli aranci orlano le piazze e le strade più importanti del centro storico. Erano i protagonisti dei loro giardini, e ancora oggi i siciliani chiamano “giardini” gli agrumeti (il più importante e vasto dei quali, per molto tempo, fu quello intorno a Palermo, talmente lussureggiante da aver dato il nome alla zona: la Conca d’Oro). D’altronde, lo spettacolo di un aranceto - con gli alberi snelli ma vigorosi, le robuste chiome tondeggianti di foglie smeraldine, l’accendersi intermittente dei lucidi globi dorati - è uno dei più superbi che la Natura possa offrire allo sguardo, e ben si comprende lo slancio poetico che fece dire a ‘Abd Ar-Rahmàn, uno dei migliori poeti musulmani di Sicilia, che “gli aranci superbi sembran fuoco ardente su rami di smeraldo”. Il povero Rahmàn, purtroppo, non poté spingersi oltre nell’apprezzamento degli aranci, perché i loro frutti, come dicevamo, erano inesorabilmente amari. Per le varietà dolci bisognerà aspettare i portoghesi, che le importarono nel meridione d’Italia nel XVI secolo, ancora una volta dal lontano Oriente. In compenso, a partire dal Cinquecento, la coltivazione delle arance crebbe in quantità e qualità, giungendo a caratterizzare interi territori isolani. È il caso, ad esempio, della vasta area a Sud dell’Etna, che è il regno delle arance rosse di Sicilia, una delle prime IGP d’Italia, dalla polpa rossa e succulenta. Le varietà sono tre: la Moro è la più rossa di tutte, per via della notevolissima pigmentazione, ed è molto ricca di vitamine e antiossidanti; la Tarocco, con la polpa ambrata e striata di porpora, è la più diffusa; la succosa Sanguinella è ideale per le spremute. Le arance bionde, dal canto loro, che prendono nome dal colore dorato della polpa, regnano sovrane nel Sud della Sicilia, soprattutto nella zona intorno a Ribera, dove si sviluppano le squisite Washington Navel, grandi e dorate, prive di semi e con il caratteristico “ombelico” prominente sulla parte inferiore, talmente ricche di succo profumato che sembra di poterle bere. Le arance Ribera di Sicilia (o Riberella) sono anch’esse tutelate da IGP.
Nota: (testo > Chris J. Raeli)
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