
Che strane le storie che si intrecciano nei miti.
Sono storie che sembrano parlarci di mondi antichissimi, di mondi che nulla hanno a che fare con il nostro, ma… Ma ci sono miti che sembrano scritti dagli sceneggiatori di moderne soap-opera.
Anzi, no. Perché nelle soap, anche le più “moderne”, certe storie non si possono ancora raccontare.
“Certe” storie ce le racconta ancora soltanto la cronaca, la cronaca nera.
Plutarco, che è nato all’incirca nel 50 d.C. e che è morto tra il 119 e il 125 d.C. (in entrambi i casi, un vero record di anzianità) ha fatto giungere fino a noi una di queste storie, quella di Archia.
Ricco e potente uomo di Corinto, Archia apparteneva alla famiglia dei Bacchiadi - che vantavano discendenze eraclidee - che per molto tempo aveva regnato sulla città. Siamo nel 735 a.C. (giorno più, giorno meno), e il potente ebbe la ventura di incontrare tale Atteone, giovin figlio di Melisso.
Atteone era bello, anzi bellissimo, ed era dolce e pudico, qualità che fecero perdere la testa al potente Archia che, pur di ottenerne i favori, fece ricorso persino alla forza. Dice il mito che dopo una notte di bagordi, Archia – inferocito dalla passione (e dalle libagioni, certamente) - si recò a casa di Melisso pronto a rapire il giovinetto che, purtroppo, perse la vita quella notte stessa. La leggenda dice che morì a causa dei colpi presi durante il feroce litigio tra Archia e i suoi amici contro il padre e gli uomini di casa, ma il padre ne diede tutta la responsabilità al potente signore di Corinto. Certo che Archia non avrebbe pagato per il suo delitto proprio grazie alla sua posizione sociale (che tempi barbari, quelli!), Melisso portò il corpo del figlio in piazza e chiese il sostegno di tutta la cittadinanza affinché il colpevole pagasse il giusto fio.
Nessuno, però, espresse altro che un sentito cordoglio. Disperato, avvilito dalla cocente impossibilità di ottenere giustizia, il padre in lutto maledisse tutta la stirpe di Archia e si uccise, lanciandosi giù da una rupe.
Forse in conseguenza della sua maledizione, su Corinto si abbattè una violenta pestilenza, spiegata dall’oracolo di Delfi come vendetta di Poseidone, vendetta che avrebbe avuto fine solo se l’assassino del giovane Atteone avesse pagato per il suo reato. Archia, quindi, fu costretto a lasciare la città e, fatta rotta verso la Sicilia, sbarcò alla foce del fiume Anapo.
Con il suo seguito militare fece piazza pulita degli abitanti indigeni, fece schiavi i Siculi, e pensò bene di fondare una “sua” città. Prima di dare il via alle operazioni, come vuole consuetudine, interrogò gli oracoli, che gli chiesero di scegliere tra una città ricca e una salubre.
Archia, ovviamente, decise per la ricchezza.
Siracosion, nome preso dalla vicina palude Siriaca, divenne ben presto la ricca Siracusa della Magna Grecia, ma Archia venne ucciso da lì a poco da tale Telefo, un suo parente - e per giunta uno dei capi della spedizione - ingelosito da qualche “vanteria” inopportuna del potente corinzio.
Proprio di fronte alla foce dell’Anapo si allarga un’isoletta, Ortigia, a cui il mito assegna il ruolo di rifugio per la ninfa Asteria, la solita ninfa molestata dal solito Giove che, pur di possederla, prese le fattezze di un’aquila. Asteria gli diede così un figlio, Ercole Tirio, e ciò fu sufficiente a far sbollire il potente dio che, forse per non pagare alimenti (più probabilmente per non far saper nulla alla gelosissima Giunone), trasformò la concubina in quaglia. La pennuta, spiegate le ali, poté raggiungere solo la vicina isoletta.
Sempre all’interno del territorio di Siracusa si conserva la memoria di Dafni, il pastorello figlio di Mercurio che pascolò le sue greggi lungo la costa tirrenica della Sicilia. Il padre, però, scelse di onorarlo qui (facendo sgorgare una sorgente di acqua limpida che prese nome, appunto, di fonte Dafni) proprio perché Siracusa fu una delle città più ricche - anche di gloria - della Magna Grecia.
Un’altra fonte, questa più famosa, è quella dedicata alla ninfa Ciane, ma noi qui, però, vogliamo occuparci di una sua omonima, la figlia di Cianippo, sacerdote del divino Bacco proprio a Siracusa.
Una notte, durante un festeggiamento, costui perse completamente il controllo di sé: violentò la figlia Ciane, offendendo così il dio del vino.
Ora, che Bacco si sia offeso perché un suo sacerdote si sia ubriacato oltre ogni limite può essere argomento di appassionate discussioni su “metodo e opportunità”, fatto sta che il figlio di Zeus e di Semele scatenò contro Siracusa una violenta pestilenza che, come confermato dalla bocca dell’oracolo, sarebbe terminata solo dopo aver sacrificato al dio proprio il suo sacerdote, Cianippo. La leggenda ricorda fin troppo bene quella di Archia, almeno fin qui. Perché Cianippo non venne esiliato, ma “sacrificato agli dei” proprio dalla figlia Ciane che poi, per il dolore, la vergogna e l’umiliazione, si uccise a sua volta, gettandosi nello stesso fuoco che ardeva il corpo del padre.
Esiste anche una seconda versione della stessa leggenda, in cui Cianippo, ostile al culto del divino Bacco, ma certo non allergico al suo distillato, una notte, ubriaco fradicio, violentò la figlia Ciane. La ragazza, nella lotta, riuscì però a sottrarre un anello dalle dita del suo aggressore, strumento che le avrebbe garantito una veloce identificazione. Così, l’indomani, riconobbe il proprio violentatore nel padre. Mentre cercava soluzione al suo indicibile dolore, l’oracolo di Apollo sentenziò che per fermare la pestilenza causata da Bacco - proprio per punire Cianippo - si sarebbe dovuto ricorrere ad un sacrificio umano, e che il figlio di Giove avrebbe gradito il sacrificio di un violentatore. A Ciane si offrì in questo modo la soluzione alle sue preghiere, ma la fanciulla, non resistendo né alla vergogna dell’accaduto né al dolore per la perdita, si uccise a sua volta.